Versos Italian Giuseppe Parini Sonetti galanti e amorosi

Italian poem

Sonetti galanti e amorosi

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O Pan capripede, che tutto puoi, e se’ il medesimo tutto, cui còle o vuoi de’ celeri fauni o pur vuoi l’irta de i satiri lasciva prole, cui stuol di driadi co’ vaghi suoi intorno tessono danze e carole al suon de l’aspera canna che suole scorrer fuggevole da’ labbri tuoi; deh, poi che Fillide pur tra’ velluti greggi dimorasi, e a gli antri torna dall’eco queruli spesso renduti, deh, la mia Fillide di vezzi adorna togli de’ satiri a’ corni acuti, o a che ch’egli abbiansi piú de le corna.

Il pomo che a le nozze di Peleo suscitò fra le dive alte disfide, o bella Pelosini, Amor decide che a te darebbe il pastorello ideo. Per te pugnar vorrebbe il gran Pelleo che l’Indo e il Gange a sé soggetto vide; per te l’asta impugnar vorria Pelide onde Troia superba arse e cadeo. Qualor piena di grazie e di decoro danzar ti veggo, il sangue in ogni vena m’arde, come la terra di Peloro; e Pelio ed Ossa innalzerei con lena, se gir potessi ad ottener ristoro per quella via che in vèr Pelusio mena.

Quanto t’invidio, bello uccellino, che, in aureo vincolo il piè ristretto, star su la tremula neve del petto a la mia Fillide hai per destino: e or fra le tiepide mamme e il bel lino scherzando innoltriti, per calle stretto, sin dove ahi dubito! or t’è diletto star del bell’umido labbro vicino; onde coll’avido becco trai fuora qualche dolcissimo picciol granello ch’ella ministrati co’ baci ancora. Non se’ giá il massimo Giove, a novello dolo qui tessere? Te quanto a un’ora temo ed invidio, uccellin bello!

Colombetta gentil, che, fra i clamori di popol lieto, in libertá ten riedi, perché sol Nice qual tuo albergo onori ed in quell’une sue braccia ti siedi? Forse agli atti, all’aspetto esser lei credi la madre delle Grazie e degli Amori? e star congiunta all’aureo carro chiedi con quegli alati suoi bei corridori? Forse ti disse alcun, che fra i suoi belli candidi avori ogni augellino invita onde al grato tepor si rinnovelli? O fra le dilicate agili dita ti lusinghi ancor tu, come altri augelli, morte trovar soave e dolce vita?

Che spettacol gentil, che vago oggetto fu il veder la mia Nice all’improvviso, quando sorpresa in abito negletto m’apparve innanzi ed arrossi nel viso! Come il candido velo al sen ristretto i bei membri avvolgea! come indeciso celava e non celava i fianchi e ’l petto che sorger si vedeva in due diviso! Quali forme apparian sotto alla veste! Paga era l’alma e vivo era il desio; e il piacer del mirarla era celeste. Deh! mi concedi, Amor, che questa cruda tal mi si mostri anco un momento; ed io piú non invidio chi vedralla ignuda.

Piú non invidio chi vedralla ignuda? Ah come, ohimè, se immaginando ancora quella sera fatale o quell’aurora trema quest’alma sbigottita e suda? Come soffrir che al mio rivai si schiuda ciò che, velato ancor, m’arde e innamora? Come soffrir che a mille baci allora quel bel labbro, ch’è mio, s’apra e si chiuda? e ch’altri faccia al bel corpo catena de le sue braccia, e spiri altri quel fiato, e ch’altri, oh Dio! che il suo fedele amante...? Togli, togli da me l’orrida scena, scaldata fantasia, o disperato col morir preverrò si atroce istante!

Ah colui non amò; colui avversi ebbe i labbri al pensier; perfido inganno ordí colui che d’amoroso affanno parlar fu ardito a la sua donna in versi! I carmi, o Nice, di lusinghe aspersi spesso imitano il ver, ma il ver non fanno. È un’arte il verso; ed arte aver non sanno gli affetti che dal core escon diversi. Un sospir chiuso a forza; un agitato, un tronco favellare; un pertinace ora languido sguardo, ora infocato; questa è la lingua dell’amor verace; a questa credi, a questa il core è nato; e Febo péra e il suo cantar fallace.

Quand’io sto innanzi a que’due lumi bei, vorrei mille segreti e mille aprire; ma s’affollan cotanto i pensier miei, che, per troppo voler, nulla so dire. Dice Amor: — Pusillanime che sei, non sai che nel mio regno è d’uopo ardire? — I’ gli rispondo: —Amore, i’ parlerei, ma chi può a gran desir gran detti unire? — Sorride alquanto entro al mio petto Amore: indi mosso a pietá ne gli occhi ascende pur con la face e pur co i dardi sui: e, quasi d’alto pergamo oratore, quindi parla per me, prega, riprende: i’ mi sto quieto, e lascio fare a lui.

Le fresche ombre tranquille, i colli ameni e queste di vigore aure feconde, che tu respiri, e queste tiepid’onde ove le belle membra ignuda tieni; si, domeranno alfin gli aspri veneni, donna gentil, che il tuo bel petto asconde; e a te l’alma Salute, ore gioconde portando, tornerá co’ piè sereni. La patria e il mondo allor con grato core porrá al genio del loco un’ara in segno; e queste note inciderávvi Amore: «Salva colei, che di virtú, d’ingegno, di grazia, di modestia ottiene onore sopra quant’altre lian di bellezza il regno.»

Volgi un momento sol, volgi un momento, Clori divina, sul mio stato acerbo l’onnipotente tuo occhio superbo: e calma in parte il mio crudel tormento; e vedrai tosto, a quel girar, lo spento estro avvivarsi; e quel che in mente io serbo foco menar gran vampa; e acquistar nerbo l’ingegno per la doglia stanco e lento; e qual torrente giú precipitarmi dal labbro i versi; e al mio piè l’Astio nero prostèrnersi, e la Gloria incoronarmi, e la Terra devota al tempio altero offerir del tuo nume e bronzi e marmi, dicendo: — A te che ravvivasti Omero. —

Natura un giorno a contemplar discese di sua maestra man l’opre piú belle, ma, non trovando un bel compiuto in quelle, volle provarsi, e un lavor nuovo imprese. Dal giglio e dalla rosa il color prese, e due pennelleggiò guancie novelle; indi, trascelti dalle ardenti stelle i piú bei raggi, due pupille accese. Poscia una bianca fronte e un bel crin d’oro, due rosei labbri ed un celeste viso e tutto alfin compiè l’alto lavoro. Ma quando il vide e ne scoperse il vanto, piacque a se stessa, e con superbo riso — No, —disse, — io non credea di poter tanto! —

Fuoco, gelo, velen, salute e morte spiran gli accenti tuoi dentro al mio petto: e mentre un mi lusinga, un altro detto la mia disperazion rende piú forte.