Versos Italian Giuseppe Parini V. L'innesto del vaiuolo

Italian poem

V. L'innesto del vaiuolo

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O genovese, ove ne vai? Oual raggio brilla di speme su le audaci antenne? Non temi, oimè! le penne non anco esperte de gli ignoti venti? Qual ti affida coraggio all’intentato piano de lo immenso oceano? Senti le beffe dell’Europa, senti come deride i tuoi sperati eventi. Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice che natura ponesse all’uom confine di vaste acque marine, se gli die mente onde lor freno imporre: e dall’alta pendice insegnògli a guidare i gran tronchi sul mare, e in poderoso canape raccorre i venti onde su l'acque ardito scorre.

Cosí l’eroe nocchier pensa, ed abbatte i paventati d’Ercole pilastri; saluta novelli astri; e di nuove tempeste ode il ruggito. Veggon le stupefatte genti dell’orbe ascoso lo stranier portentoso. Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito all’Europa che il beffa ancor sul lito. Piú dell’oro, Bicetti, all’uomo è cara questa del viver suo lunga speranza: piú dell’oro possanza sopra gli animi umani ha la bellezza. E pur la turba ignara or condanna il cimento, or resiste all’evento di chi ’l doppio tesor le reca; e sprezza i novi mondi al prisco mondo avvezza. Come biada orgogliosa in campo estivo cresce di santi abbracciamenti il frutto. Ringiovanisce tutto nell’aspetto de’ figli il caro padre; e dentro al cor giulivo contemplando la speme de le sue ore estreme, giá cultori apparecchia, artieri e squadre a la patria d’eroi famosa madre. Crescete, o pargoletti; un di sarete tu forte appoggio de le patrie mura, e tu soave cura e Iusinghevol’esca a i casti cori. Ma, oh dio! qual falce miete de la ridente messe le si dolci promesse? O quai d’atroce grandine furori ne sfregiano il bel verde e i primi fiori?

Fra le tenere membra orribil siede tacito seme: e d’improvviso il desta una furia funesta de la stirpe de gli uomini flagello. Urta al di dentro, e fiede con lievito mortale; e la macchina frale o al tutto abbatte, o le rapisce il bello, quasi a statua d’eroe rivai scarpello. Tutti la furia indomita, vorace, tutti una volta assale a i piú verd’anni: e le strida e gli affanni da i tuguri conduce a’ regi tetti; e con la man rapace ne le tombe condensa prole d’uomini immensa. Sfugge talun, è vero, a i guardi infetti; ma palpitando peggior fato aspetti. Oh miseri! che vai di medic’arte, né studi oprar, né farmachi, né mani? Tutti i sudor son vani quando il morbo nemico è su la porta; e vigor gli comparte de la sorpresa salma la non perfetta calma. Oh debil’arte, oh mal secura scorta che il male attendi, e no ’! previeni accorta Giá non l’attende in Oriente il folto popol che noi chiamiam barbaro e rude; ma sagace delude il fiero inevitabile demóne. Poi che il buon punto ha coito onde il mostro conquida, coraggioso lo sfida; e lo astrigne ad usar ne la tenzone Tarmi che ottuse tra le man gli pone.

Del regnante velen spontaneo elegge quel ch’è men tristo; e macolar ne suole la ben amata prole che non piú recidiva in salvo torna. Però d’umano gregge va Pechino coperto; e di femmineo merto tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna ove la dea di Cipri orba soggiorna. O Montegu, qual peregrina nave, barbare terre misurando e mari, e di popoli vari disseppellendo antiqui regni e vasti, e a noi tornando grave di strana gemma e d’auro, portò si gran tesauro che a pareggiare, non che a vincer, basti quel che tu dall’Eussino a noi recasti? Rise l’Anglia, la Francia, Italia rise al rammentar del favoloso innesto: e il giudizio molesto de la falsa ragione incontro alzosse. In van l’effetto arrise a le imprese tentate; ché la falsa pietate contro al suo bene e contro al ver si mosse, e di lamento femminile armosse. Ben fur preste a raccor gl’infausti doni che, attraversando l’oceano aprico, lor condusse Americo; e ad ambe man li trangugiaron pronte. De’ lacerati troni gli avanzi sanguinosi, e i frutti velenosi strinser gioiendo; e da lo stesso fonte de la vita succhiar spasimi ed onte.

Tal del folle mortal, tale è la sorte: contra ragione or di natura abusa; or di ragion mal usa contra natura che i suoi don gli porge. Questa a schifar la morte insegnò madre amante a un popolo ignorante; e il popolo cólto che tropp’alto scorge, contro a i consigli di tal madre insorge. Sempre il novo ch’è grande appar menzogna, mio Bicetti, al volgar debile ingegno; ma imperturbato il regno de’ saggi dietro all’utile s’ostina. Minaccia né vergogna no ’l frena, no ’l rimove; prove accumula a prove; del popolare error l’idol rovina, e la salute ai posteri destina. Cosi l’Anglia, la Francia, Italia vide drappel di saggi contro al vulgo armarse. Lor zelo indomit’arse, e di popolo in popolo s’accese. Contro all’armi omicide non piú debole e nudo, ma sotto a certo scudo il tenero garzon cauto discese; e il fato inesorabile sorprese. Tu sull’orme di quelli ardito corri tu pur, Bicetti; e di combatter tenta la pietá violenta che a le insubriche madri il core implíca. L’umanitá soccorri; spregia l’ingiusto soglio ove s’arman d’orgoglio la superstizion, del ver nemica, e l’ostinata, folle scola antica.

Quanta parte maggior d’almi nipoti coltiverá nostri felici campi! E quanta fía che avvampi d’industria in pace o di coraggio in guerra! Quanta i soavi moti propagherá d’amore, e desterá il languore del pigro Imene che infecondo or erra, contro all’util comun, di terra in terra! Le giovinette con le man di rosa idalio mirto coglieranno un giorno: all’alta quercia intorno i giovinetti fronde coglieranno; e a la tua chioma annosa cui per doppio decoro giá circonda l’alloro, intrecceran ghirlande e canteranno: — Questi a morte ne tolse o a lungo danno. — Tale il nobile plettro in fra le dita mi profeteggia armonioso e dolce: nobil plettro che molce il duro sasso dell’umana mente; e da lunge lo invita con lusinghevol suono verso il ver, verso il buono; né mai con laude bestemmiò nocente o il falso in trono o la viltá potente.