Italian poem
V. Frammenti del sermone sulla Colonna infame
.................. quando tra vili case in mezzo a poche rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi. Quivi romita una colonna sorge infra l’erbe infeconde e i sassi e ’l lezzo, ov’uom mai non penétra, perocch’indi genio propizio all’insubre cittade ognun rimove alto gridando: — Lungi, o buoni cittadin, lungi, ché l’suolo miserabile, infame non v’infetti.— Al piè della colonna una sfacciata donna sedea che della base al destro braccio facea puntello; e croci e rote, e remi e fruste e ceppi erano il seggio su cui posava il rilassato fianco. Ignuda affatto, se non che dal collo pendeale un laccio, e scritti al petto aveva obbrobriosi, e in capo strane mitre, terribile ornamento. Ergeva in alto la fronte petulante, e quivi sopra avea stampate con rovente (erro parole che dicean: — Io son l’Infamia.— Io che, Virtú seguendo, odio costei, anzi gloria immortai co’ versi cerco, a tal vista fuggia, quando la donna
amaramente sorridendo disse: .................. .................. Cosí dicea la donna; e il vil Dispregio e mille turpi geni intorno a lei la gien beffando intanto, ed, inframmesso il pollice alle due vicine dita, ad ambe mani le faceano scorno.