Italian poem
XXI. Il tempo
Invido veglio, che di verde e forte vecchiezza carco e di gran falce armato, Tempo, che sul creato stendi l’ale tacenti, e mentre al corso te stesso incalzi e fuggi, ti rinnovi mai sempre e ti distruggi: lá ne’ secoli eterni, entro le fosche voragini del caos, ove la folta e varia schiera de’ possibil tutti giacea confusa, e in suo silenzio il cenno stava aspettando de la man divina; tu nel torbito mar de V infinito al volo ancor non uso, nuotavi in sen d’eternitá rinchiuso: quando, a la voce del sovran motore, dal letargo lunghissimo e profondo si destar resistenze, e de l’abisso romoreggiár dal fondo le scure immensurabili caverne. Fuggirò a quel romor l’ombre ritrose, abbandonando la quiete antica; e mentre al buio del nascente mondo l’alma luce scopria la bianca faccia, gian brancolando de la notte in traccia.
Su i discordi elementi agita allor le mansuete penne l’onnipotente Amore; e fecondata si squarcia e si dilata l’indigesta materia, e fra il tumulto delle pugnanti particelle emerge dolce armonia che le congiunge, e al vario scontrarsi, urtarsi e combinarsi elice dal gran contrasto de la massa informe il vario aspetto de le varie forme. Natura intanto in reai cocchio assisa correa per l’universo, e la seguia degli enti la moltiplice famiglia: splendeano gli astri, e variamente attratti seguian le forze del maggior pianeta; e scotean le comete in lunga traccia, de’ regolati errori entro il confine, l’ardenti code e il tremolante crine. Allor l’immota Eternitá si scosse, e dal seno gittò nobile figlio, e de’momenti gli cedeo l’impero. Tu fosti, o Tempo; e primo di tante meraviglie ammiratore ne’ vasti spazi del creato intero lanciasti il guardo e dispiegasti il volo: e a seconda del sol temprando il moto de’ tuoi rapidi vanni, a produr cominciasti i giorni e gli anni. Pria ne’ campi ridenti d’Eden, ch’eterna primavera infiora, quando il padre primiero e la consorte vivean felici d’innocenza a lato, i giorni conducesti almi e sereni, sacri ai dolci concenti, ai bei diporti ameni, ai soavi colloqui, e non lasciavi,
di un gustato piacer dopo il contento, la stanchezza, la noia e il pentimento. E quando poi la sera con vacillante lume di modesto color vestia d’intorno il monte e la campagna, e al placido riposo que’ fidi amanti ad invitar venia; tu nell’antro odoroso le tacite guidavi ore notturne del nuzial mistero confidenti, e i bei sogni tranquilli, onde l’alme da’ sensi pellegrine godessero d’un bene errante e vago, nel sonno ancor, la dilettosa imago. Tu promettevi intatte su le guance di latte fiorir d’eterna gioventú le rose; né minacciavi di solcar la fronte con aspre orme rugose: vecchiezza non spargea di neve il biondo lungo crine su gli omeri cadente, né gravoso abbattea degli anni il pondo il vigor de le membra e de la mente; ché de l’etá diverse la vicenda volubile e fugace era indistinta e sconosciuta ancora; e ne l’alma del par che ne la spoglia, benché terrena e frale, vivea l’uomo immutabile, immortale. Ma poi che da le cupe inferne grotte alzò la Colpa le funeste penne, e a conturbar pervenne de la pace il soggiorno e del piacere, tu, cangiando l’aspetto, ti ribellasti a l’uomo
dal suo fallir giá domo, e mezzo divenisti a l’infelice sol d’affanni, di stento e di fatica; e a farti piú terribile e piú forte, ti chiamasti compagna anco la Morte. Indarno allora da le tue ferite le genti sbigottite cercar sottrarsi, e radunarsi insieme; scavar le fosse, sollevar le mura, fabbricar le cittá, dettar le leggi, onde l’etá futura il social concerto mantenesse infrangibile ed eterno: andár sossopra i regni al rovinoso de’secoli torrente; e l’uomo, ahi stolto! secondò involontario il tuo disegno; e in cruda guerra armato accelerò il suo fato, e giacque oppresso piú dal proprio furor che da te stesso. De l’universo ne l’immensa faccia di quattro monarchie surse a le stelle l’alta mole orgogliosa. Tu con occhio d’invidia e di minaccia torbido la guatasti; e il perso e il greco ed il romano e tutto il furor de’ barbarici trioni stimolasti a l’assalto e a la ruina. Crollò sui piè malferma, e rovesciosse: tremò l’Europa con le due sorelle; e a quel tremar si scosse l’America divisa, e si compiacque, che occulta ancor giacea, in remoto confine, d’ambizion superba a le rapine. Ma non andar fastoso di tue conquiste, o Tempo.
Fra nuvole di folgori e di lampi, su l’ale a un cherubin rapido scende l’inesorabil Dio de le vendette: gli sguardi volge maestosi e lenti al tremante universo; accenna quindi ai quattro opposti venti; e con voce di tuon grida: — Si faccia l’adempimento de la mia minaccia. — E traboccar ruggendo ecco le vampe de l’eterno sdegno, e natura sentir l’angosce estreme. Van con fracasso orrendo da l’orbita natia svelte le stelle pel firmamento ad azzuffarsi insieme... Ahi! dove siete, o soli? Dove fuggisti, o terra? Io piú non veggo che un mar di fiamme procellose, e dentro naufragarsi i pianeti e l’universo. A la feral confusion succede spaventoso silenzio, e sol di fumo, di polve e di faville immensa nube e forinidabil ombra l’ampie ruine orribilmente ingombra. E dove, o Tempo, ti nascondi? Hai forse de la Natura moribonda orrore? In van: fissa è nel cielo anche la tua ne la comun ruina. Io giá cader ti veggo, l’armi e le penne abbrustolite ed arse. Ritorna al nulla, e rendi l’impero de’momenti a Eternitade; e, in questo di natura orror profondo, spento t’assorba l’atterrato mondo.