Versos Italian Giuseppe Parini XX. Alla Musa

Italian poem

XX. Alla Musa

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Te il mercadante che col ciglio asciutto fugge i figli e la moglie ovunque il chiama dura avarizia nel remoto flutto, Musa, non ama. Né quei cui l’alma ambiziosa rode fulgida cura, onde salir piú agogna; e la molto fra il di temuta frode torbido sogna. Né giovane, che pari a tauro irrompa ove a la cieca piú Venere piace: Né donna, che d’amanti osi gran pompa spiegar procace. Sai tu, vergine dea, chi la parola modulata da te gusta od imita; onde ingenuo piacer sgorga, e consola l’umana vita? Colui cui diede il ciel placido senso e puri affetti e semplice costume; che, di sé pago e dell’avito censo, piú non presume; che spesso al faticoso ozio de’ grandi e all’urbano clamor s’invola, e vive ove spande natura influssi blandi o in colli o in rive

e in stuol d’amici numerato e casto, tra parco e delicato al desco asside; e la splendida turba e il vano fasto lieto deride; che ai buoni, ovunque sia, dona favore: e cerca il vero; e il bello ama innocente; e passa l’etá sua tranquilla, il core sano e la mente. Dunque per che quella si grata un giorno del giovin cui diè nome il dio di Deio cetra si tace; e le fa lenta intorno polvere velo? Ben mi sovvien, quando, modesto il ciglio, ei giá scendendo a me, giudice fea me de’ suoi carmi: e a me chi dea consiglio: e lode avea. Ma or non piú. Chi sa? Simile a rosa tutta fresca e vermiglia al sol che nasce, tutto forse di lui l’eletta sposa l’animo pasce. E di bellezza, di virtú, di raro amor, di grazie, di pudor natio l’occupa si, ch’ei cede ogni giá caro studio all’oblio. Musa, mentr’ella il vago crine annoda, a lei t’appressa; e con vezzoso dito a lei premi l’orecchio; e dille: e t’oda anco il marito: — Giovinetta crudel; per che mi togli tutto il mio D’Adda, e di mie cure il pregio, e la speme concetta, e i dolci orgogli d’alunno egregio? Costui di me, de’ geni miei si accese pria che di te. Codeste forme infanti erano ancor, quando vaghezza il prese de’ nostri canti.

Ei t’era ignoto ancor, quando a me piacque. Io di mia man per l’ombra e per la lieve aura de’ lauri l’avviai, vèr l’acque che, al par di neve bianche le spume, scaturir dall’alto fece Aganippe il bel destrier che ha l’ale: onde chi beve io tra i celesti esalto e fo immortale. Io con le nostre il volsi arti divine al decente, al gentile, al raro, al bello: fin che tu stessa gli apparisti al fine caro modello. E se nobil per lui fiamma fu desta nel tuo petto non conscio: e s’ei nodria nobil fiamma per te, sol opra è questa del cielo e mia. Ecco giá l’ale il nono mese or scioglie da che sua fosti, e giá, deh! ti sia salvo, te chiaramente in fra le madri accoglie il giovin alvo. Lascia che a me solo un momento ei torni; e novo entro al tuo cor sorgere affetto, e novo sentirai da i versi adorni piover diletto: però ch’io stessa, il gomito posando di tua seggiola al dorso, a lui col suono de la soave andrò tibia spirando facile tono: onde, rapito, ei canterá che sposo giá felice il rendesti, e amante amato; e tosto il renderai dal grembo ascoso padre beato. Scenderá in tanto dall’eterea mole Giuno, che i preghi de le incinte ascolta; e vergin io de la Memoria prole, nel velo avvolta,

uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile dono a farne al Parini, italo cigno, che, ai buoni amico, alto disdegna il vile volgo maligno. —