Italian poem
XVI. Il dono
Queste che il fero allobrogo note piene d’affanni incise col terribile odiator de’ tiranni pugnale, onde Melpomene lui fra gl’itali spirti unico armò; come, oh come a quest’animo giutigon soavi e belle, or che la stessa Grazia a me di sua man dielle, dal labbro sorridendomi, e da le luci onde cotanto può! Me per l’urto e per l’impeto de gli affetti tremendi, me per lo cieco avvolgere de’ casi, e per gli orrendi de i gran re precipizii ove il coturno camminando va, segue tua dolce immagine, amabil donatrice, grata spirando ambrosia su la strada infelice; e in sen nova eccitandomi mista al terrore acuta voluttá:
o sia che a me la fervida niente ti mostri, quando in divin modi e in vario sermon, dissimulando, versi d’ingegno copia e saper che lo ingegno almo nodri: o sia quando spontaneo lepor tu mesci a i detti; e di gentile aculeo altrui pungi e diletti, mal cauto da le insidie che de’ tuoi vezzi la natura ordi. Caro dolore, e specie gradevol di spavento è mirar finto in tavola e squallido e di lento sangue rigato il giovane che dal crudo cinghiale ucciso fu. Ma sovra lui se pendere la madre de gli Amori, cingendol con le rosee braccia si vede, i cori oh quanto allor si sentono da giocondo tumulto agitar piú! Certo maggior, ma simile fra le torbide scene senso in me desta il pingermi tue sembianze serene; e all’atre idee contessere i bei pregi, onde sol sci pari a te. Ben porteranno invidia a’ miei novi piaceri quant’altri a scorrer prendano i volumi severi. Che far, se amico genio óo si amabil donatrice a lor non diè?