Versos Italian Giuseppe Parini XIII. Il primo bacio

Italian poem

XIII. Il primo bacio

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In una solitaria capannetta, qual fiore intatto su l’incolta siepe, una vergin crescea, che a’ boschi, a’ colli, ov’ella nacque per favor del cielo, due volte a pena, dopo il terzo lustro, avea veduto rivestirsi aprile. Si vivo lampo dal suo riso uscia, che a molle guardator forse paruto sarebbe un cenno di baldanza; ed era il linguaggio d’un cuor nell’innocenza tutto sicuro, e del piacer, che intorno spandeva, ignaro. Al vago e gentiletto piglio; al temprato suon delle parole; alla persona sopra sé diritta; al movere degli occhi e della testa, che dal marmoreo collo alteramente surgeva biancheggiando; al castigato atteggiar d’ogni membro non parea di selva abitatrice, anzi né cosa puramente mortai. Ma la bellezza vincevano i costumi, in cui regnava un atto di virtú si peregrino, che prendeva d’amore e di rispetto ognun che la mirasse. Intorno a lei 2,s consumava del cuor le tenerezze una madre ne’ freschi anni deserta

a sospirar vedovilmente il caro onde gioiva i coniugali affetti. Ed ella gareggiando ne’ lavori a rustical famiglia consueti, con reciproco zel le dava braccio a faticarsi la vita solinga, che le facea con povertá beate. Ma ben diverso in elle era lo spirto che le animava. Nel materno petto tacean del mondo le lusinghe, e solo dell’avvenire l’inamabil faccia duramente vegliava, e tuttequante le sue bellezze il ciel vi raccendea. Ad Eurilla (cosi la verginetta nomavasi) parea dolce ed allegro d’un sorriso divin l’umano sogno per la novella etá, che lo menda d’imagini dorate, e per l’amore, che in lei parlava caramente. Un giorno (allor che per la selva abbandonate di nutritivo umor cadon le foglie sul capo al villanel, che ne sospira) ella sedeva, coll’interna pace nel viso impressa, agli orli d’una fonte, che solcava un pratel, dalle native soglie tre gitti di pietra lontano: e, modulando certe favolette dalla garrula nonna imparacchiate, alla rócca traea l’ispide chiome; in cui di tanto in tanto lascivia il grato orezzo che previen la sera. Pochi passi discosto pigolava una covata di pulcini: e intanto che l’un rubava all’altro la pagliuzza, venia la chioccia con molto schiamazzo l’affezion tra lor significando.

Un cardellin nella vicina fratta gaietto saltellava, e ad ora ad ora parea volesse disfidar nell’arte della gola una flebil capinera gorgheggiante il saluto vespertino al sol, che dello stanco, ultimo raggio vestia le cime dell’arguto pioppo dove cantava. Ed ecco all’improvviso ode Eurilla un latrato, e dietro a quello un frascheggiar, che a mano a man s’appressa. Tiene penduta il fuso, e, con quell’atto a cui move il timor, guardasi intorno; e per la callaietta della siepe, onde il prato cingevasi, entrar vede un cane da pastor, ch’alia sua volta anela braccheggiando. In piè si rizza di subito; e la chioccia ed i pulcini col noto billi billi a sé raccoglie. Ma l’ardito quadrupede s’avanza si che tutti li rompe iscompiglio. Quella dispicca un voi sopra il pollone d’un vecchio salcio, e colassú lamenta il suo timor pe’ tenerelli aspetti: questi, o fra l’erbe s’accovaccian muti e trepidanti, o fuggono alla cieca tanto che alcuni s’affogan nel rio. Poscia il cane, avvisata la fanciulla, quatto quatto alle gonne le s’accosta, e con blandi ganniti e con la coda guizzante par che sicurtá le incuori. L’impaurita nondimen percuote Paure d’acuti stridi; alquanto volge gli omeri a lui; la scapigliata rócca gli stende; il guarda obliquamente, e trema in sé ristretta. Un pastorei frattanto, lo zaino a tergo ed una lassa in pugno,

entra nel prato balzellando a guisa d’un leprotto su l’alba, che per anco squittir non ode la sagace torma. Né si tosto d’Eurilla i paurosi lai di pietá lo saettar nel cuore, che di lancio v’accorre, ed agramente garrendo il cane, col guinzaglio a viva lena lo sferza si, che la vellata coda serrando al ventre e guaiolando, col muso basso gli s’atterra a’ piedi. Poi con miglior sembiante alla smarrita angeletta si volge, e le disgrava la molta angoscia con parole ornate di si toccante cortesia, che fanno lei palpitar d’insolita dolcezza. Dopo ciò, Silvio, il pastorei, l’aiuta a radunar la piccioletta greggia degli sconfitti alati; e promettendo ristorarla di quei che trova manchi, le sorride un «a Dio» con grazioso tratto; e, rimesso al guinzaglio Licisca, piglia le mosse lento, a somiglianza d’uomo, che lasci una cosa diletta. Eurilla, tra pudica e desiosa, gli affigge in volto i grandi occhi azzurrini, e avvivando le rose, ond’ha fiorenti di bella vita le verginee gote, del servigio gli fa timide grazie. A pena Silvio usci della sua vista, anch’ella si rimise in su l’angusto tortuoso sentier, che riuscia alla sua capannella; ed ivi giunta fil per filo ritrae l’istorietta alla madre, atteggiando le parole con verginal semplicitá. La notte che venne dietro, con assai diletto

e assiduo all’opre, che son frutti e lode d’industria pastoral. Ma finalmente di feconda virtú la primavera commovendo le piante e gli animali, li rifigliò all’amore. E giá svernava i suoi gaudii la selva; e per le grasse pasture cambattea seco medesmo il salace torel, cui la giovenca l’ampie nari levando rimuggia gli agognati connubi; e il pecoraio nella valle. ............. .................. che saltando scotevano di dosso la lunga ignavia dell’iberne stalle. Anche a Silvio ed Eurilla allor fu dato insieme ritrovarsi e favellare ciò che loro incontrasse. Una mattina, presso al tempo in cui vede il montanaro alla pianura dileguar le nebbie, che assise qua e lá sembrano laghi, i due pastor su le recenti erbette riposavan del prato; oneste cose novellando e guardandosi a dilungo, spesso dipinti di letizia, e spesso della melanconia, che dolcemente sospirava nel cuor, timido ancora a dir la vampa dell’occulto affetto, quando Silvio distrinse alla fanciulla adorata la mano, ella con voce che intera a’ denti non sonò, profferse al giovinetto la cara parola che gli amanti conforta; e il giovinetto la ripetè commosso. Taciturni

poi rimasero entrambi, e le pupille, tremolanti di un languido sorriso, tennero immote l’un nell’altro; il sangue nelle lor vene fluttuando rese affannoso il respiro, e concitati i battiti del cuore; ed il vermiglio delle guancie smori, come una fresca rosa all’estivo mezzogiorno. In quello sfinimento d’amor l’anime, accese nell’arcana virtú, che di natura compie il sublime intento, e piú vivace è ne’ vergini petti; in su la bocca raccolte si congiunser, delirando di mutuo piacer, nel primo bacio.