Italian poem
XII. In morte di Domenico Balestrieri
Te dal numero ancor de’ fidi amici te mi rapi la invidiosa morte: e d’affanno e di lagrime infelici contaminò mia sorte. Non piú i cari alternar dell’alme affetti o i generosi studi a me fie dato; non piú a me dal tuo canto almi diletti libando esser beato; sia che de’ cigni piú sublimi al paro i toschi modi ordissi, o che desio nascesse in te di gir famoso e chiaro col tuo sermon natio. Giace la cetra, ed a la fredda mano di dolce melodia piú non risponde; indomito silenzio occupa il vano che te per sempre asconde. Ahi, come vanno impetuosi e lievi gli anni fuggendo! Tu pur ieri adulto me giovinetto di tua man volgevi de le Pierie al culto: e i sacri boschi e le sincere fonti m’additavi di Pindo, e l’erta cima, e i calli alpestri onde forz’ è che monti chi vera gloria estima. Io de’ bei detti tuoi nell’alta mente facea tesoro; e tu n’ hai lode in parte, se alcun ramo di lauro il dio lucente a questo crin comparte...