Versos Italian Giuseppe Parini XII. A Giancarlo Passeroni

Italian poem

XII. A Giancarlo Passeroni

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O meco infin da gli anni miei piú verdi congiunto di virtú, d’amor, di studi, Passeroni dabben, di’, non ti senti dispettosa pietade e riso acerbo su le labbra e nel cor, quando tu ascolti la temeraria Italia alto rotnore menar parlando di scienze e d’arti? Apri libero i sensi. E non t’è avviso ch’ella or ne parli come il macilento popolo, a cui falli la messe, parla sempre di pane; o nell’estiva ardente siccitá parla ognor di pioggia e d’acqua? Certo che si, però che tu sagace penetri a fondo con la mente; e in oltre vedi, se gli occhi tu rivolgi intorno, stato de le cose, avverso ahi troppo a quel ch’era di giá. Ma i detti nostri beffa insolente il giovin, che pur ieri scappò via da le scuole, e che provvisto di giornali e di vasti dizionari e d’un po’ di francese, oggi fa in piazza letterato, e ciurma una gran turba di sciocchi eguali a lui. Odi ch’ei dice: — O vecchierelli miei, troppo è giá nota l’usanza vostra: disprezzar vi giova l’etá presente, ed esaltar l’etade

che voi vide sbarbati. E qual vi resta in questi di cadenti altro conforto fuor che la dolce vanitá con molte vane querele lusingar tossendo? In vano in van di richiamar tentate l’antica calza in su le brache avvolta, e le scarpe quadrate e i tempi oscuri, quando con formidabile stafile regnavano i pedanti, a cui dinanzi con boccacce e con strani torcimenti stridevano i fanciulli.