Versos Italian Giuseppe Parini XII. La tempesta

Italian poem

XII. La tempesta

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Odi, Alcone, il muggito nell’alto mar de la crudel tempesta, e la folgor funesta che con tuono infinito scoppia da lungi, e rimbombar fa il lito. Ahimè, miseri legni che cupidigia e ambizion sospinse; e facil’aura vinse per li mobili regni lor speme a sciorre oltre gli erculei segni Altro sperò giocondo tornar da ignote preziose cave; e d’oro e gemme grave opprimer col suo pondo de la spiaggia nativa il basso fondo. Credeva altro d’immani mostri oleosi preda far nell’alto; altro feroce assalto dare a gli abeti estrani, e dell’altrui tesoro empier suoi vani.

Ma il tuono e il vento e l’onda terribilmente agita tutti e batte; né le vele contratte né da la doppia sponda il forte remigar, l’urto che abbonda vince né frena. E in tanto serpendo incendioso il fulmin fischia: e fra l’orribil mischia de’ venti e il buio manto del cielo, ognun paventa essere infranto. E giá piú l’un non puote l’alto durar tormento: uno al destino fa contrario cammino; un contro all’aspra cote di cieco scoglio il fianco urta e percote: e quale il flutto avverso beve giá rotto: e qual del multiforme monte dell’acque enorme sopra di lui riverso cede al gran peso; e al fin piomba sommerso. Alcon, non ti rammenti quel che superbo per ornata prora veleggiava finora, di purpurei lucenti segni ingombrando gli alberi potenti? A quello d’ambo i lati ignivome s’aprian di bronzo bocche; onde pari a le ròcche forza sprezzava e agguati d’abete o pin contro al suo corso armati. E l'onde allettataci stendeansi piane a lui davanti: e a i grembi fregiati d’aurei lembi de’ canapi felici spiravan ostinati i venti amici:

mentre Glauco e i tritoni pur con le braccia lo spingean piú forte; e da le conche torte lusingavano i buoni áuguri intorno a lui con alti suoni. E lungo i pinti banchi le dee del mar, sparse le chiome bionde, carolavan per Tonde, che lucide su i bianchi dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi. Fra tanto, senza alcuno il beato nocchier timor che il roda, dall’alto de la proda, al mattin primo e al bruno vespro, cosí cantava inni a Nettuno: — A te sia lode, o nume, di cui son l’opre ognor potenti e grandi, o se nel suol ti spandi con le fuggenti spume, o di Cinzia t’innalzi al chiaro lume. Tu col tridente altero a tuo piacer la terra ampia dividi; tu fra gli opposti lidi del duplice einispero scorrevole a i mortali apri sentiero. Rota per te le nuove con subitaneo piè veci Fortuna: e quello che con una occhiata il tutto move non è di te maggior superno Giove. — Tale adulava. Or mira or mira, Alcon, come, del porto in faccia, lungi dal porto il caccia Nettuno stesso: e a dira sorte con gli altri lo trasporta e aggira!

E la ricchezza imposta indi con la tornante onda ritoglie; e le lacere spoglie ne gitta, e la scomposta mole a traverso dell’arida costa. Ahi, qual furore il mena pur contra noi d’ogni avarizia schivi, che sotto a i sacri ulivi radendo quest’arena peschiam canuti con duo remi a pena! Alcon, che pili s’aspetta? Ecco il turbine rio che omai n’è sopra. Lascia che il flutto copra la sdrucita barchetta, e noi nudi salvianci al sasso in vetta. O giovanetti, piante ponete in terra; qui pomi inserite; qui gli armenti nodrite sotto a le leggi sante de la Natura in suo voler costante. Qui semplici a regnare; qui gli utili prendete a ordir consigli; né fidate de’ figli la sorte, o de le care spose, a l’arbitrio del volubil mare.