Italian poem
X. La recita dei versi
Qual fra le mense loco versi otterranno, che da nobil vena scendano; e all’acre foco dell’arte imponga la sottil Camena, meditante lavoro che sia di nostra etá pregio e decoro? Non odi alto di voci i convitati sollevar tumulto che i centauri feroci fa rammentar, quando con empio insulto all’ospite di liti sparsero e guerra i nuziali riti? V’ha chi al negato Scaldi con gli abeti di Cesare veleggia; e, la vast’onda e i saldi muri sprezzati, giá nel cor saccheggia de’ batavi mercanti le molto di tesoro arche pesanti. A Giove altri Tarmata destra di fulmin spoglia; ed altri a volo sopra l’aria domata osa portar novelle genti al polo. Tal sedendo confida ciascuno; e sua ragion fa de le grida.
Vincere il suon discorde speri colui che di clamor le folli mènadi, allor che, lorde di mosto il viso, balzan per li colli, vince; e, con alta fronte, gonfia d’audace verso inezie conte. O gran silenzio intorno a sé vanti compor fauno procace, se del pudore a scorno annunzia carme onde a i profani piace; da la cui lubric’arte saggia matrona vergognando parte. Orecchio ama placato la Musa, e niente arguta, e cor gentile. Ed io, se a me ha dato ordir mai su la cetra opra non vile, non toccherò giá corda ove la turba di sue ciance assorda. Ben de’ numeri miei giudice chiedo il buon cantor, che destro volse a pungere i rei di Tullio i casi; ed or, novo maestro, a far migliori i tempi, gii scherzi usa del Frigio e i propri esempi; o te, Paola, che il retto e il bello atta a sentir forináro i numi; te che il piacer concetto mostri, dolce intendendo i duo bei lumi, onde spira calore soavemente periglioso al core.