Versos Italian Giuseppe Parini VIII. Al canonico Candido Agudio

Italian poem

VIII. Al canonico Candido Agudio

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Canonico, voi siete il padre mio, voi siete quegli in cui unicamente mi resta a confidare dopo Dio; voi siete quegli che pietosamente m’avete fino adesso mantenuto, e non m’avete mai negato niente. Io mi rimasi ieri sera muto per la vergogna del dovervi dire il tristo stato in cui sono caduto. Dicolvi adesso: ch’io possa morire, se ora trovomi avere al mio comando un par di soldi sol, non che due lire. Limosina di messe Dio sa quando io ne potrò toccare, e non c’è un cane che mi tolga al mio stato miserando. La mia povera madre non ha pane, se non da me, ed io non ho danaro da mantenerla almeno per domane. Se voi non muove il mio tormento amaro, non so dove mi volga; onde costretto sarò dimani a vendere un caldaro. Per colmo del destino maladetto, devo due zecchini al mio sartore, che giá tre volte fu a trovarmi al letto. D’un altro ancor ne sono debitore al calzolaro, oltre quel poi che ho, verso il capitano, debito maggiore.

Sono in un mare di miserie immerso; se voi non siete il banco che m’aita, or or mi do per affogato e perso. Mai la mia bocca non sará piú ardita di nulla domandarvi da qui avanti, se andar me ne dovesse anco la vita. Ma per ora movetevi a’ miei pianti, abbiate or sol di me compassione, dieci zecchini datemi in contanti. La casa vi darò per cauzione, iuo ve l’obbligherò per istroinento, e ve ne cederò ogni ragione. Costi nella canonica sta drento il Bellotti; egli stendane il contratto, se siete di soccorrermi contento. Io ve la do e dono ad ogni patto, purché quest’oggi verso me facciate quello che tante volte avete fatto. Mai non fui degno di tanta pietate, mai non son stato in maggiore strettezza; voi che il potete, fuora mi cavate. Giá che il cielo v’ha dato la ricchezza, siatene liberale ad un meschino che sta per impiccarsi a una cavezza. Siatevi certo che il Figliuol divino vi renderá nel cielo un qualche giorno ampissimo tesor per un quattrino. — Ma! e la mia piazza?— La mia piazza un corno: voi vi fate una piazza in paradiso col tornii alla miseria ed allo scorno. Voi me li fate avere in casa Riso prima di questa sera se potete, ch’io non oso venirvi innanzi al viso. Entro ad un libro voi li riponete, perché nessuno se ne avvegga, e quello in una carta poi lo ravvolgete;

anzi lo assicurate col suggello, oppur con uno spago, e dite poi che consegnino a me questo fardello. Se voi mi fate questa grazia ancoi, non me la fate in altro modo; ch’io non oso presentarmi innanzi a voi. S’io gli abbia di bisogno, lo sa Dio; ma ho vergogna di venir l’eccesso a predicarvi del bisogno mio. Pan, vino, legna, riso e un po’ di lesso a mia madre bisogna ch’io mantenga; e chi la serva ancor ci vuole adesso. Deh, per amor di Dio! pietá vi venga, canonico, del mio dolente stato, e vostra man dall’opra non s’astenga. Per caritá, se non m’avete dato un’altra volta quel ch’io vi cercai per quel poema, che vorrei stampato, mcl concedete adesso, che ne ho assai piú di bisogno. Io chiesine diciotto, ed otto solamente ne impetrai. Una decina or aggiugnete agli otto per aiutar mia madre; ché i danari non mangio, né li gioco, né li fotto. Bisogna bene che non abbia pari la mia necessitá ch’oggi in’inspira questi versi che sono singolari; poiché nessun poeta mai fu in ira talmente a la fortuna, che cantasse i casi suoi con si dolente lira. I’ ho tutte le membra stanche e lasse, poiché stanotte non dormii per fare che al fin questo capitolo arrivasse; onde, piú non potendo, al mio pregare qui termin pongo, e spero, e tengo fermo, che voi non mi vorrete sconsolare,

e ch’ai mio male voi sarete schermo; e che vedrò dieci zecchini in viso venirmi oggi a sanare il core infermo, e che li troverò in casa Riso.