Versos Italian Giuseppe Parini VIII. La laurea

Italian poem

VIII. La laurea

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Quell’ospite è gentil che tiene ascoso a i molti bevitori entro a i dogli paterni il vino annoso frutto de’ suoi sudori; e liberale allora sul desco il reca di bei fiori adorno, quando i lari di lui ridenti intorno degno straniere onora: e versata in cristalli empie la stanza insolita di Bacco alma fragranza. Tal io la copia, che de i versi accolgo entro a la mente, sordo niego a le brame dispensar del volgo che vien di fama ingordo. In van l’uomo che splende di beata ricchezza, in van mi tenta si che il bel suono de le Iodi ei senta, che dolce al cor discende: e in van de’ grandi la potenza e l’ombra di facili speranze il sen m’ingombra.

Ma quando poi sopra il cammin de i buoni mi comparisce innanti alma che, ornata de’ suoi propri doni, merta l’onor de i canti, allor da le segrete sedi del mio pensiero escono i versi, atti a volar di viva gloria aspersi del tempo oltra le mete: e donator di lode accorto e saggio io ne rendo al valor debito omaggio. Ed or che la risorta insubre Atene, con strana meraviglia, le lunghe treccie a coronar ti viene, o di Pallade figlia, io, rapito al tuo merto, fra i portici solenni e balte menti m’innoltro, e spargo di perenni unguenti il nobile tuo serto: né mi curo se a i plausi onde vai nota pinge ingenuo rossor tua casta gota. Ben so che donne valorose e belle, a tutte l’altre esempio, veggon splender lor nomi a par di stelle d’eternitá nel tempio: e so ben che il tuo sesso, tra gli ufizi a noi cari e l’umil’arte, puote innalzarsi; e ne le dotte carte immortalar sé stesso. Ma tu gisti colá, vergin preclara, ove di molle piè l’orma è piú rara. Sovra salde colonne antica mole sorge augusta e superba, sacra a colei che dell’umana prole, frenando, i dritti serba. Ivi la dea si asside

custodendo del vero il puro foco; ivi breve sul marmo in alto loco il suo volere incide: e giá da quello stile aureo, sincero apprendea la giustizia il mondo intero. Ma d’ignari cultor turbe nemiche con temerario piede osáro entrar ne le campagne apriche ove il gran tempio siede: e la serena piaggia occuparon cosí di spini e bronchi che fra i rami intricati e i folti tronchi a pena il sol vi raggia; e l’aere, inerte per le fronde crebre, v’alza dense all’intorno atre tenèbre. Ben tu di Saffo e di Corinna al pari, o donne altre famose, per li colli di Pindo ameni e vari potevi coglier rose: ma tua virtú s’irrita ove sforzo virile a pena basta; e nell’aspro sentier che al piè contrasta ti cimentasti ardita: qual giá vide a i perigli espor la fronte fiere vergini armate il Termodonte. Or poi, tornando dall’eccelsa impresa, qui sul dotto Tesino scoti la face al sacro foco accesa del bel tempio divino: e dall’arguta voce tal di raro saper versi torrente, che il corso a seguitar de la tua mente vien l’applauso veloce, abbagliando al fulgor de’ raggi tui la invidia, che suol sempre andar con lui.

Chi può narrar qual dal soave aspetto e da’ verginei labri piove ignoto fin ora almo diletto su i temi ingrati e scabri? Ecco la folta schiera de’ giovani vivaci a te rivolta vede sparger di fior, mentre t’ascolta, sua nobile carriera: e al novo esempio de la tua tenzone sente aggiugnersi al fianco acuto sprone. A i detti, al volto, a la grand’alma espressa ne’ fulgid’occhi tuoi, ognun ti crederia Temide stessa, che rieda oggi fra noi: se non che Oneglia, altrice nel fertil suolo di palladi ulivi, alza a i trionfi tuoi gridi giulivi; e fortunata dice: — Dopo il gran Doria, a cui died’io la culla, è il mio secondo sol questa fanciulla. — E il buon parente che su l’alte cime di gloria oggi ti mira, a forza i moti del suo cor comprime, e pur con sé s’adira. Ma poi cotanto è grande la piena del piacer che in sen gli abbonda, che Targhi di modestia al fine innonda, e fuor trabocca e spande: e aneli’ei col pianto che celar desia grida tacendo: — Questa figlia è mia. — Ma dal cimento glorioso e bello tanto stupore è nato, che giá reca per te premio novello l’erudito senato. Giá vien su le tue chiome

di lauro a serpeggiar fronda immortale: e fra lieto tumulto in alto sale strepitoso il tuo nome; e il tuo sesso leggiadro a te dá lode de’ novi onori, onde superbo ei gode. Oh amabil sesso che sull’alme regni con si possente incanto, qual’alma generosa è che si sdegni del novello tuo vanto? La tirannia virile frema, e ti miri, a gli onorati seggi salir togato, e de le sacre leggi interprete gentile, or che d’Europa a i popoli soggetti fin dall’alto de i troni anco le détti. Tu sei che di ragione il dolce freno sul forte russo estendi; tu che del chiaro lusitan nel seno l’antico spirto accendi. Per te Insubria beata, per te Germania è gloriosa e forte; tal che al favor de le tue leggi accorte spero veder tornata l’etá dell’oro e il viver suo giocondo, se tu governi ed ammaestri il mondo. E l’albero medesmo onde fu colto il ramoscel che ombreggia a la dotta donzella il nobil volto, convien che a te si deggia. In esso alta regina tien conversi dal trono i suoi bei rai; tal che lieto rinverde, e piú che mai ai cielo s’avvicina. Quanto è bello a veder che il grato alloro doni al sesso di lei pompa e decoro!

Ma giá la Fama all’impaziente Oneglia le rapid’ali affretta; e gridando le dice: — Olá, ti sveglia; e la tua luce aspetta! — Insubria, onde romore va per mense ospitali ed atti amici, sa gli stranieri ancor render felici nel calle dell’onore. Or quai, vergine illustre, allegri giorni ti prepara la patria allor che torni? Pari a la gloria tua per certo a pena fu quella onde si cinse colá d’Olimpia nell’ardente arena il lottator che vinse; quando tra i lieti gridi il guadagnato serto al crin ponea; e col premio d’onor che l’uomo bea, tornava a i patri lidi; e scotendo le corde amiche a i vati Pindaro lo seguia con gl’inni alati.