Italian poem
VIII. Ad un amico che scrive delle osservazioni sui costumi de' suoi cittadini
O saggio amico, che corregger tenti con ciotte carte il popolar costume, bell’opra imprendi. E oh te beato assai, se giugni ad ottenerlo: a te dovrassi marmoreo simulacro in mezzo al fóro cui l’arbor dodonea le tempia infraschi. Odimi non pertanto. Ampio torrente il popol è, che rovinoso scende da la montagna; e seco avvolti mena i colli e le foreste. Or che farai perché men crudi dell’orribil corno i colpi sieno? Apporterai soccorso di tronchi e pietre e di possenti travi, onde arrestar la perigliosa piena? Certo non giá: ma, come suol l’alpino abitator, colle robuste marre e colle scuri fenderai da’ lati nuovi cammin per cui dispersa vada la violenza de le lapid’acque. Or quinci intendi, ch’esser cauto debbe molto colui che a riformar si pone del popolo i costumi. Invan si sforza chi a lui s’oppon direttamente, e, come
il cinico indiscreto, incontro al corso de la folla si spinge, e quinci e quindi urta e percote, e co’ gomiti ponta. Dall’un de’ lati fia miglior consiglio a poco a poco, ed a la destra spalla volgendo il viso, e in su due piè, ristretto insinuarsi. Anco tal volta giova finger di secondar l’impeto folle de la corrente. Tu ciò sol che opponsi a la coinun felicitá, riprendi. Né il riprendi però: loda piuttosto la contraria virtute, onde s’accenda il popolo a seguirla; e non abborra l’udir d’esserne privo.