Italian poem
VIII. Piramo e Tisbe
Ahi qual fiero spettacolo vegg’io, che il cor mi fiede, sotto a la luna pallida, lá di quel gelso al piede? Una donzella e un giovane in loro etá piú acerba, ecco trafitti giacciono insanguinando l’erba. Oh dio, che orrori La misera sembra morir pur ora; e il crudo acciar nel tiepido seno sta immerso ancora. L’altro comincia a spargere giá le membra di gelo; e ne la mano languida tien lacerato un velo. Ahi per gelosa furia un tanto error commise il dispietato giovane... Ma chi lui stesso uccise? Intendo. Aperse un invido rivale i bianchi petti; o un parente implacabile ai furtivi diletti;
indi fuggendo, il barbaro ferro lasciò confitto, che testimon del perfido esser potea delitto. Ma tu sorridi? Ingannomi forse nel mio pensiero? Tu dal crudel mi libera dubbio; e mi spiega il vero. A te diè di conoscere le cose Apollo il vanto; e dilettarne gli uomini col tuo divino canto.