Italian poem
Canto per Gl'Italiani di Sicilia
by Giuseppe Ricciardi (1839–1908)
Quando fulgea la sicula Terra d'immenso lume, Del Campidoglio l'aquile Avean mal ferme al vol Le giovinette piume, E non ardian nel sol Fissar lo sguardo. Cento sorgean marmoree Di popolo frequenti Vaste città..... sparirono, E il soffio d'aquilon, E dell'onde frementi Sul mesto lido il suon Solo interrompe L'alto silenzio..... ahi miseri! Della grandezza avita Sulle ruine il barbaro D'ogni parte affrettò, E noi molle, invilita Progenie soggiogò Senza fatica. A che ne giova il limpido Cielo, e il terren cui tanta Beltade ingemmo, e l'aëre Puro, e il tuo vivo ardor, O sol che d'ogni pianta, Ogni frutto, ogni fior Ne fai larghezza? Lassi! a che pro se in lacrime Viviam, da che languente È in noi la vampa indomita Dell'antica virtù?... Pur si levò repente Dall'empia servitù Sicilia un giorno, E l'abborrito, estraneo Signor la polve morse. — Al rintoccar funereo D'una squilla fatal D'ogni Siculo corse Sul vindice pugnal Cupido il braccio..... Ma se vi corse, o Procida, Fu tua mercè. Tu piena Del gran disegno l'anima, L'ire de' venti e il mar Sfidavi, e in ogni vena Correvi a suscitar L'odio di Francia. E come il viso argenteo Di vaga stella ardente Conforto è in mezzo ai turbini Allo stanco nocchier, La tua lena cadente Un fulgido pensier Già rinfrancando. Cinta di ferro, libera Per opra tua la cara Sicilia a te pingensi Nel magnanimo cor, E in ogni secol chiara Del sicano furor L'inclita fama. Deh sorga per Italia Un uom che l'assomigli, E il serto iniquo infrangere Si vegga ai re crudel, E i turpi infami artigli Al bicipite augel Che a predar venne I dilettosi italici Campi dall'Istro odiato!... Salve, o stranier, che Italia Ti rechi ad ammirar. Ma a chi v'irrompe armato Un glorioso acciar Squarci le membra! Oh dell'alta giustizia Dia questa terra il segno, E le tremende folgori Che fero accender suol Di Mongibel lo sdegno In ogn'italo suol La sacra fiamma Avventino!...... ma rapida Già discorre per tutto, E il Vesèvo rispondere S'ode dell'Etna al tuon, E dell'adrïaco flutto E del Tirreno il suon Più e più s'accresce. E quinci del Romuleo Fiume e dell'Arno l'onda Tutta ribolle e gonfiasi, E quindi l'Eridàn In sulla doppia sponda Va infuriando, e invan L'ira non spende.