Italian poem
Canto per Gl'Italiani di Venezia
by Giuseppe Ricciardi (1839–1908)
E tu fuor delle palme ove l'ascondi Leva la faccia per dolore attrita, Vinegia, e siedi a signoria dell'acque. L'eccelse sponsalizie or rinnovella, Come usasti al buon tempo, e a' flutti avari L'anel donando di molt'oro adorno, Al truculento mar ti rimarita. Mamiani.
Vinegia, un dì lieta reina de l'onde, Or misera preda, fu raro e stupendo Il tuo nascimento! Su l'Itale sponde Degli Unni lo sciame calava tremendo, Allor che chiunque dal giogo abborria Qui trasse — «Ti leva» gridò Libertà, «Ti leva da l'acque, Vinegia!...» ed uscia Dal seno de l'acque la bella città. Fu gioja a' nostr'avi tra l'ire de' venti, Più presto che servi, la vita menar. Qual rovere salda fra i nembi furenti, La donna de l'Adria dal torbido mar Serena s'innalza, chè libera vive, E spinge animosa del fero lïon La bellica insegna ver tutte le rive Su pini che indarno disfida aquilon. Ve' come l'aligera belva risplende Sul muri del vinto Bizanzio! Ve' come Pe' liti pagani temuto si stende D'un cieco vegliardo l'altissimo nome! Ve' quanti guerrieri San Marco fan chiaro! E Zeno e Pisani che a Chioggia pugnar, E quei che il ricurvo barbarico acciaro In cento battaglie securi affrontar. Chi salve d'Europa le trepide genti Facea da la rabbia del crudo Ottoman? Polonia col ferro de l'aste lucenti, Vinegia fra i rischi de l'ampio Ocean. Quai fervide grazie, che lieta fortuna Fur premio ad entrambe de l'alto valor? Inghiotte Vinegia la nera laguna, Polonia diserta d'un empio il furor..... Vinegia ne l'acque onde surse ruina, Chè libera nata, poi schiava divenne Di pochi — a ogni bella virtù cittadina Gli stolti patrizii tarparo le penne..... Qual gente quaggiuso più attonito il mondo Mai fece, e di lume più vivo brillò? Ma in molti diletti, ma in ozio profondo Si giacque, e a lo strano suo brando affidò. Però quando l'ora de l'ultima pugna Scoccava, e la fiamma del gallico sdegno Scendea minaccevole, invano su l'ugna Del fiero lione fidava l'indegno Codardo senato — fu muto vessillo L'alato lione, niun'eco s'udì D'imbelli oricalchi ripeter lo squillo, La pallida tema sui volti apparì. È questa dei servi la misera sorte, Qualunque sia 'l giogo cui piegan la testa. In timido, in fiacco tramutasi il forte, Vien poi lo straniero, lo vince e calpesta... Fu vostra la colpa, o patrizii! — Per fio Gli splendidi averi dispersi n'andar, La pompa de' lauti banchetti spario, Si veggiono i vasti palagi crollar. E crollino i vasti palagi superbi De' vili patrizi!; ma immota su l'onde Deh l'alma reina de l'Adria si serbi Al lume di care speranze gioconde, E franca de' ceppi coll'itale genti, All'aure si reggia di novo spiegar Le vele su tutte le patrie de' venti, Rifattasi nobile sposa del mar!