Italian poem
Canto per Gl'Italiani di Svizzera
by Giuseppe Ricciardi (1839–1908)
De la terra che n'è patria Niun si nomina signor; Siam fratelli, e niuno insorgere Sui fratelli osa maggior. Su la piazza il denso popolo A comizio si raüna, E a' miglior commette unanime Il guidar la sua fortuna. Sebben tutti un ferro impugnino Nullo offende a Libertà, Chè d'ognun l'affetto vigile De la Diva a guardia sta. Vive intenta ai ludi bellici La robusta gioventù, E disia che chiara splendere Possa in campo sua virtù. Ma passaro de l'Elvezia I bei giorni, e più non suona Il Lemano e l'Oberlandia De la tromba di Gransona. Ricca d'armi e d'oro povera Un dì Elvezia si mirò, E un delubro a la vittoria Di nimiche ossa innalzò. Or suoi figli le man libere Vanno offrendo agli empi re.... Sul Sebeto infami vendono, E sul Tevere la fè. Ed elvetica progenie Ne direm?.... Più lieta spene A noi ride, a noi cui d'italo Sangue fervono le vene. A noi suona de l'Eridano In sul labbro la favella. Le tue doglie e le tue glorie Nostre sono, o Italia bella. Dal tuo sonno assorgi, o misera, Ad un impeto gagliardo, E qual l'aquila precipite Da la cima del Gottardo Va su l'angue e lo dilania Coll'artiglio e lo divora, Noi veduta alfin risplendere La sì a lungo attesa aurora, In sui piani de l'Insubria Tutti a guerra scenderem, E l'acciar nei petti barbari Fino a l'elsa immergerem.