Italian poem
Ahi lasso! or è stagion di doler tanto (Lucas)
by Guittone d'Arezzo (1235–1294)
AHI lasso! or è stagion di doler tanto A ciascun uom che ben amar ragione, Ch’io meraviglio chi trovi guarigione Che morte non l’ha già corrotto e pianto, Veggendo l’alta fior sempre granata E l’onorato antico uso romano, Certo per lei crudel fatto e villano, S’avaccio ella non è ricoverata; Chè l’onorata sua ricca grandezza E ’l pregio quasi e già tutto perito, E lo valore e ’l poder si disvia. Ahi lasso! or quale dia Fu mai tanto crudel dannagio udito? Dio, com’hailo soffrito Che dritto pèra, e torto entri in altezza? Altezza tanta in la sfiorata Fiore Fu, mentre ver se stessa era leale, Che riteneva modo imperiale Acquistando per suo alto valore Province e terre, presso e lungo, mante; E sembrava che far volesse impero, Sì come Roma già fece, e leggero Gli era, ciascun non contrastante. E ciò gli stava ben certo a ragione, Chè non se ne penava a suo prò tanto Come per ritener giustizia e poso: E poi fulli amoroso Di far cïò, si trasse avanti tanto, Ch’al mondo non è canto U’ non sonasse il pregio del Leone. Leone, lasso! or non è, ch’io lo veo Tratto l’unghie e li denti e lo valore, E ’l gran lignaggio suo morto a dolore Ed in crudel prigion messo a gran reo! E ciò gli ha fatto chi? quelli che sono Della gentil sua schiatta stratti e nati, Che fur per lui cresciuti ed avanzati Sovra tutt’altri e collocati in bono. E per la grande altezza ove gli mise Innantir sì, che ’l piegâr quasi a morte. Ma Dio di guerigion feceli dono Ed e’ fè lor perdono; Ed anche il rifedir poi, ma ’l fu forte E perdonò lor morte: Or hanno lui e sue membra conquiso. Conquiso è l’alto Comun fiorentino, E col Sanese in tal modo ha cangiato, Che tutta l’onta e lo danno, che dato Gli ha sempre, come sa ciascun latino, Li rende, e prende e tolle l’onor tutto. Chè Montalcino áve abattuto a forza, E Montepulcïan miso in sua forza E di Maremma e Laterina ha il frutto. San Gemignan, Poggibonizzi e Colle E Volterra e ’l paese a suo tïene, E la campana e l’insegne e gli arnesi, E gli onor tutti presi Have, con ciò che seco avea di bene; E tutto ciò gli avviene Per quella schiatta ch’è più ch’altra folle. Foll’è chi fugge il suo prò e chêr danno, E l’onor suo fa che in vergogna ’i torna, E di libertà bona, ove soggiorna A gran piacer, s’adduce a suo gran danno Sotto signoria fella e malvagia, E suo signor fa suo grande nemico. A voi che siete or in Fiorenza, dico Che ciò ch’è divenuto par vi adagia. E poi che gli Alamanni in casa avete Servitevi ben, e fatevi mostrare Le spade lor, con che v’han fesso i visi E padri e figli uccisi; E piacemi che lor deggiate dare, Perch’ebbero in ciò fare Fatica assai, di vostre gran monete. Monete mante e gran gioi’ presentate Ai Conti ed agli Uberti e agli altri tutti Ch’a tanto grande onor v’hanno condutti Che miso v’hanno Siena in potestate! Pistoja e Colle e Volterra fanno ora Guardar vostre castelle a vostre spese, E ’l conte Rosso ha Maremma e ’l paese, E Montalcin sta sicur senza mura; Di Ripafratta teme ora il Pisano, E ’l Perugin, che ’l lago no’ ’i togliate. E Roma vuol con voi far compagnia, Onore e signoria. Or dunque pare che ben tutto abbiate Ciò che disiavate: Potete far, cioè, re del Toscano. Baron lombardi, roman e pugliesi E Toschi e romagnuoli e marchigiani, Fiorenza, fior che sempre rinnovella, A sua corte s’appella, Che fare vuol di se re de’ Toscani, Da poi che li Alamanni Have conquisi per forza e i Sanesi.