Italian poem
VIII. Amori di Venere e Marte
Venere parla.
Ascondi, Luna, il lucido emispero: voi per le selve non latrate, o cani, sí che d’infamia non si scuopra il vero. Vien, lieta notte: e voi, profundi Mani, scurate l’ora: e tu, figliuol Cupido, mi do nelle tue braccia, in le tue mani. Con le tue dolci fiamme ardente rido; fa lume a Marte mio sposo e signore; tu mi feristi, Amor; di te me fido. Marte, se oscure ancor ti paron l’ore, vienne al mio dolce ospizio, ch’io t’aspetto; Vulcan non v’è che ci disturbi amore. Vien, ch’io t’invito nuda in mezzo il letto: non indugiar, che ’l tempo passa e vola: coperto m’ho di fior vermigli il petto. Vienne, Marte, vien via, vien ch’io son sola. Togliete i lumi; il mio mai non lo spengo: non sia chi piú mi parli una parola.
Venuto Marte, parla cosí:
Baciar la bocca e la fronte serena, i dua celesti lumi, e ’l bianco petto, la lunga man d’ogni bellezza piena; altra cosa è giacer nell’aureo letto con la sua dolce amica, e cantar carmi, che affaticar il corpo a scudo e elmetto; gustar quel frutto che può lieto farmi, ultimo fin d’un tremante diletto. Tempo è d’amar, tempo è da spade ed armi. . . . . . . . . . . . .
Il Sole gli scuopre in quella:
Glauco, Nettunno, Dori, Alfeo, corrite al tristo incesto, e Ino e Melicerta con le driade e ’l gran padre d’Anfitrite; acciò che in terra, in mare e in ciel sie certa infamia tal d’una malvagia dea, e grave strupo e inonestate aperta. Vulcan, vieni a veder tua Citerea, come con Marte suo lieta si posa, e rotta t’ha la fede e fatta rea. Debbe al consorzio tuo esser piatosa, ad altri no: ma gli è fatica grave poter guardare una donna amorosa; ché se lei vuol, non fia chi mai la cave. Tu dormi forse; ma se ’l suono hai inteso, Vieni a veder di lei l’opere prave. Lassa Sicilia e ’l tuo stato sospeso; ché patir tanta ingiuria onor t’è poco: vendetta brama Iddio d’un core offeso.
Vulcano parla: