Italian poem
Canzone IV
Quante fiate io miro I ricchi doni e tanti Che ’l ciel dispensa in voi sì largamente, Altrettante io sospiro: Non che ’l veder che innanti A tutte l’altre donne ite ugualmente, Mi percuota la mente L’invidia; chè a ferire In molto bassa parte, Se la ragion si parte Da un alto oggetto, mai non può venire;
E dall’umiltà mia A vostra altezza è più ch’al ciel di via. Non è d’invidia affetto Ch’a sospirar mi mena, Ma sol d’una pietà c’ho di me stesso; Però ch’aver mi aspetto Della mia audacia pena, D’aver in voi sì innanzi il mio côr messo. Chè, se l’esser concesso Di tanti il minor dono Far suol di chi ’l riceve L’animo altier, che deve Di voi far dunque, in cui tanti ne sono, Che dall’Indo all’estreme Gade tant’altri non ha il mondo insieme? L’aver voi conoscenza Di tanti pregi vostri, Che siate per amare unqua sì basso Mi dà gran diffidenza: E benchè mi si mostri Di voi cortesía grande sempre, ahi lasso! Non posso far ch’un passo Voglia andar la speranza Dietro al desir audace. La misera si giace, Ed odia e maledice l’arroganza Di lui, che la via tiene Molto più là che non se gli conviene. E questo ch’io tem’ora, Non è ch’io non temessi Prima che si perdesse in tutto il côre: E qual difesa allora, E quanto lunga, io fessi Per non lasciarlo, è testimonio Amore! Ma il debile vigore Non potè contra l’alto Sembiante, e le divine Maniere, e senza fine Virtù e bellezza, sostener l’assalto Che ’l côr perdei, e seco Perdei la speme di più averlo meco. Non saría già ragione,
Che per venire a pôrse In vostre man, dovesse esservi a sdegno. Se n’è stato cagione Vostra beltà, che corse Con troppo sforzo incontro al mio disegno; Egli sa ben che degno Parer non può l’abbiate, Dopo lungo tormento, In parte a far contento: Nè questo cerca ancor, ma che pietate Vi stringa almen di lui, Ch’abbia a patir senza mercè per vui. Canzon, conchiudi in somma alla mia donna, Ch’altro da lei non bramo, Se non che a sdegno non le sia s’io l’amo.