Versos Italian Ludovico Ariosto Canzone VI

Italian poem

Canzone VI

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Deh chi sent’io, mie dolci rive amiche, Che pur di sen vi svelle Mio bel Genebro, e ’n quelle Altre il ripon di voi tanto nemiche,

E di voi meno apriche? Anzi più; ch’or da voi Pur vôlti il ciel là tutti i lumi suoi? Come piange Arno, e corre Oltra l’usato tempestoso e ’nsano, Sol perchè a mano a mano Il bel Genebro suo si sente tôrre; Così ride, e pian piano Or vassene, e più quêta E più lieta che mai la bella Sona, Che di lui s’incorona e per lui spera Eterna primavera. Onde pur, lasso! al faticato fianco Arrò più qualche posa? La dolce ombra amorosa Del mio Genebro altero or ne vien manco: Man rapace invidiosa Svéglielo de’ nostr’orti, E par sì lunge, oltr’a quell’alpi, il porti, Che più nè seguitarlo Spero nè rìtrovarlo. Or pur cadrò; m’è tolto il mio sostegno E più saldo e più fido: Nè, se ben piango e grido, M’ode o si piega il mio nemico indegno. Ma come tanto sdegno In ciel ver’ me sì tosto? In ciel ch’or m’avea posto

In parte da bearme, Or congiurato par tutto a dannarme? A che pur tante e tante, Amor, versarmi In grembo tue ricchezze, E di tante allegrezze il côr colmarmi, Per or più che mai farmi E povero e doglioso? In ciel beato Lasso! fui poco: or cággione, e dannato Per sempre; nè già mio (E questo è ch’io mi doglio) Superbo orgoglio od altro fallo rio. Per troppo aspro vïaggio E lungo il giovin mio Genebro porti. Deh, no ’l trar di quest’orti Cultor! deh, sia più saggio! Ahi, ch’ogni picciol raggio Di sole, ogni aura leve, gentil fronda E ramo, come i suoi, séccane e sfronda! Ne riponeva in ciel, pianta al ciel grata, Tua bella vista sola; Ne riponeva in ciel, pianta beata, L’ombra ch’or mi s’invola. Ahi folle e dispietata Man che d’orto sì bel ti sveglie e parte, Misera! e per piantarte Ove? in gelata riva, Ove fior maggio a pena o fronde ha viva. Agli esperidi orati alteri frutti Le foglie d’un Genebro i’ pongo avanti, E ’l vago stelo a tutti I più dritti arboscei degli orti santi, E ’l vivo verde a quanti Smeraldi mai diènne il più ricco lido. Però grido: — Quell’empio che men priva, M’invidia ben ch’io viva.— Ancisa or la mia speme, Anima illustre, cade a tua partenza,

Come vite che senza Sostegno atterra le sue frondi estreme; E qual fior, s’altri il preme, Il suo bel giallo o rosso, ella tal perde Il suo vivo bel verde. Toltomi, Amor, del mio Genebro amato L’odor di che nudrissi Il côr, nè d’altro io vissi, Questo or sia del mio sen l’ultimo fiato: Nè vo’ che di mio stato Tu curi o mi soccorra, e schivo tutti Tuoi più salubri frutti; Anzi tuo latte e mêle Odio qual tôsco o fêle.