Italian poem
Capitolo I
Del bel numero vostro avrete un manco, Signor; chè qui rest’io, dove Appennino D’alta percossa aperto mostra il fianco, Che per agevolar l’aspro cammino Flavio gli diede in ripa l’onda ch’ebbe Mal fortunata un capitan Barchino. Réstomi qui, nè quel che amor vorrebbe, Posso a Madonna soddisfar, nè a voi L’obbligo sciôr che la mia fè vi debbe. Tiemmi la febbre, e più ch’ella m’annoi, M’arde e strugge il pensar che l’importuna, Quel che far pria devéa, l’ha fatto poi: Chè s’ero per restar privo dell’una Mia luce, almen non dovea l’altra tôrmi La sempre avversa a’ miei desir fortuna. Deh! perchè quando onestamente sciormi Dal debito potea che qui mi trasse, Non venne più per tempo in letto a pormi? Non fu mai sanità che sì giovasse
A peregrino infermo, che tra via Dalla patria lontan compagno lasse, Come giovato a me in contrario avria Un languir dolce, che con scusa degna M’avesse avuto di tener balía. Io so ben quanto mal mi si convegna Dir, signor mio, che fra sì lieta schiera Io mal contento sol dietro vi vegna: Ma mi fido ch’a voi, che della fiera Punta d’amor chiara notizia avete, Debbia la colpa mia parer leggiera. Vostre imprese così tutte sian liete, Come è ben ver ch’ella talor v’ha punto, Nè sano forse ancora oggi ne sete. Sapete, adunque, s’avría male assunto Chi negasse seguir quel ch’egli accenna, Quando n’ha sotto il giogo il collo aggiunto: Se per spronare o caricar d’antenna Si può fuggir, con cavallo o nave, Che non ne giunga in un spiegar di penna. Tal fallo poi di punizion sì grave Punisce, oimè! che ardisco dir che morte Verso quella a patir saría soave. Questo tiran non men crudel che forte, Che anco mai perdonar non seppe offesa, Nè lascia entrar pietà nella sua corte; Perchè mille fiate, e più, contesa M’avea la lunga via che sì m’assenta Da quella luce in c’ho l’anima accesa; Dell’inobbedïenza or mi tormenta Con così gravi e sì penosi affanni, Che questa febbre è ’l minor mal ch’io senta. Lasso! chi sa ch’io non sia al fin degli anni? Chi sa ch’avida morte or non mi tenda Le reti qui d’intorno, in che m’appanni?
Ah! chi sarà nel ciel che mi difenda Da questa insidïosa? a cui per voto Un inno poi di mille versi io renda; E nel suo tempio, a tutto il mondo noto, In tavola il miracolo rimanga, Come sia per lui salvo un suo divoto? Chè se qui môro, non ho chi mi pianga: Qui sorelle non ho, non ho qui madre Che sopra il corpo gridi o il capel franga; Nè quattro frati miei, che con vesti adre M’accompagnino al lapide che l’ossa Dovría chiuder del figlio a lato il padre. Madonna non è qui, che intender possa Il miserabil caso, e che l’esangue Cadavero portar veggia alla fossa; Onde forse pietà, che ascosa langue Nel freddo petto, si riscaldi, e faccia D’insolito calore arderle il sangue. Chè s’ella ancor l’esanimata faccia Mira a quel punto, ho quasi certa fede Ch’esser non possa che più il corpo giaccia. Se del figliuol di Giapeto si crede, Che a una statua di creta con un poco Del febéo lume umana vita diede; Perchè non crederò che ’l vital fôco Susciti ai raggi del mio sol, qui dove Troverà ancor di sè tepido il loco? Deh! non si venga a sì dubbiose prove: Più sicuro e più facile è sanarmi, Che costringer i fati a leggi nuove. Se pur è mio destin che debbia trarmi In scura tomba questa febbre, quando Non possa voto o medicina aitarmi; Signor, per grazia estrema vi domando, Che non vogliate della patria cara Che sempre stien le mie reliquie in bando. Almen l’inutil spoglie abbia Ferrara; E sull’avel che le terrà sotterra, La causa del mio fin si legga chiara:
— Nè senza morte talpa dalla terra, Nè mai pesce dall’acqua si disgiunge; Nè potè ancor chi questo marmo serra Dalla sua bella donna viver lunge. —