Versos Italian Ludovico Ariosto Canzone II

Italian poem

Canzone II

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Anima eletta, che nel mondo folle E pien d’error, sì saggiamente quelle Candide membra belle

Reggi, che ben l’alto disegno adempi Del Re degli elementi e delle stelle; Che sì leggiadramente ornar ti volle Perchè ogni donna molle E facile a piegar nelli vizî empi, Potesse aver da te lucidi esempi Che, fra regal delizie in verde etade, A questo d’ogni mal secolo infetto, Giunta esser può d’un nodo saldo e stretto Con somma castità somma beltade: Dalle sante contrade, Ove si vien per grazia e per virtute, Il tuo fedel salute Ti manda, il tuo fedel caro consorte, Che ti levò di braccio iniqua morte. Iniqua a te, che quel tanto quïeto, Giocondo e, al tuo parer, felice tanto Stato, in travaglio e in pianto T’ha sottosopra ed in miseria vôlto: A me giusta e benigna, se non quanto L’udirmi il suon di tue querele drieto Mi potría far non lieto, Se ad ogni affetto rio non fosse tolto Salir qui dove è tutto il ben raccolto: Del qual sentendo tu di mille parti L’una, già spento il tuo dolor sarebbe; Ch’amando me (come so ch’ami), debbe Il mio più che ’l tuo gaudio rallegrarti: Tanto più ch’al ritrarti Salva dalle mondane aspre fortune, Sei certa che comune L’hai da fruir meco in perpetua gioja, Sciolta d’ogni timor che più si môja. Segui pur, senza volgerti, la via Che tenuto hai sin qui sì drittamente; Che al cielo e alle contente Anime, altra non è che meglio torni. Di me t’incresca, ma non altrimente Che, s’io vivessi ancor, t’incresceria D’una partita mia Che tu avessi a seguir fra pochi giorni: E se qualche e qualch’anno anco soggiorni

Col tuo mortale a patir caldo e verno, Lo dêi stimar per un momento breve, Verso quest’altro, che mai non riceve Nè termine nè fin, viver eterno. Volga fortuna il perno Alla sua rôta in che i mortali aggira: Tu quel che acquisti mira, Dalla tua via non declinando i passi; E quel che a perder hai, se tu la lassi. Non abbia forza il ritrovar di spine E di sassi impedito il stretto calle Al santo monte per cui al ciel tu poggi, Sì ch’all’infida o mal sicura valle Che ti rimane a dietro, il piè decline: Le piagge e le vicine Ombre soavi d’alberi e di poggi Non t’allettino sì, che tu v’alloggi. Chè, se noja e fatica fra gli sterpi Senti al salir della poco erta roccia, Non v’hai da temer altro che ti noccia, Se forse il fragil vel non vi discerpi: Ma velenosi serpi Delle verdi, vermiglie e bianche e azzurre Campagne, per condurre A crudel morte con insidïosi Morsi, tra’ fiori e l’erba stanno ascosi. La nera gonna, il mesto e scuro velo, Il letto vedovil, l’esserti priva Di dolci risi, e schiva Fatta di giuochi e d’ogni lieta vista, Non ti spiacciano sì che ancor captiva Vada del mondo, e ’l fervor torni in gelo, C’hai di salire al cielo, Sì che fermar ti veggia pigra e trista: Chè questo abito incolto ora t’acquista, Con questa noja e questo breve danno, Tesor che d’aver dubbio che t’involi Tempo, quantunque in tanta fretta voli, Unqua non hai, nè di fortuna inganno. O misero chi un anno

Di falsi gaudî, o quattro o sei, più prezza Che l’eterna allegrezza, Vera e stabil, che mai speranza o tema Od altro affetto non accresce o scema! Questo non dico già perchè d’alcuno Freno ai desiri in te bisogno creda; Chè da nuov’altra teda So con quant’odio e quant’orror ti scosti: Ma dicol perchè godo che proceda Come conviensi, e com’è più opportuno Per salir qui, ciascuno Tuo passo, e che tu sappia quanto costi Il meritarci i ricchi premî posti. Non godo men, che agl’ineffabil pregî Che avrai qua su, veggio ch’in terra ancora Arrogi un ornamento che più onora Che l’oro e l’ostro e li gemmati fregi. Le pompe e i culti regî, Sì riverir non ti faranno, come Di costanza il bel nome, E fede e castità; tanto più caro, Quanto esser suol più in bella donna raro. Questo, più onor che scender dall’augusta Stirpe d’antichi Ottoni, estimar dêi: Di ciò più illustre sei, Che d’esser de’ sublimi, incliti e santi Filippi nata, ed Ami ed Amidei, Che fra l’arme d’Italia e la robusta, Spesso a’ vicini ingiusta, Feroce Gallia, hanno tant’anni e tanti Tenuti sotto il lor giogo costanti Con gli Allobrogi i popoli dell’Alpe; E di lor nomi le contrade piene Dal Nilo al Boristene, E dall’estremo Idaspe al mar di Calpe. Di più gaudio ti palpe Questa tua propria e vera laude il côre, Che di veder al fiore De’ gigli d’oro e al santo regno assunto

Chi di sangue e d’amor ti sia congiunto. Questo sopra ogni lume in te risplende, Se ben quel tempo che sì ratto corse, Tenesti di Nemorse Meco scettro ducal di là da’ monti; Se ben tua bella mano il freno torse Al paese gentil che Appennin fende, E l’Alpe e il mar difende. Nè tanto val che a questo pregio monti, Che ’l sacro onor dell’erudite fronti, Quel tosco, e ’n terra e ’n cielo amato, Lauro, Sôcer ti fu, le cui Mediche fronde Spesso alle piaghe, donde Italia morì poi, furon ristauro; Che fece all’Indo e al Mauro Sentir l’odor de’ suoi rami soavi; Onde pendean le chiavi Che tenean chiuso il tempio delle guerre, Che poi fu aperto, e non è più chi ’l serre. Non poca gloria è che cognata e figlia Il Leon beatissimo ti dica, Che fa l’Asia e l’antica Babilonia tremar sempre che rugge; E che già l’Afro in Etïopia aprica Col gregge e con la pallida famiglia Di passar si consiglia; E forse Arabia e tutto Egitto fugge Verso ove il Nilo al gran cader remugge. Ma da corone e manti e scettri e seggi, Per stretta affinità, luce non hai Da sperar che li rai

Del chiaro sol di tue virtù pareggi: Sol perchè non vaneggi Dietro al desir, che come serpe annoda, Ti guadagni la loda Che ’l padre e gli avi e i tuoi maggiori invitti Si guadagnâr con l’arme ai gran conflitti. Quel cortese signor che onora e illustra Bibiena, e innalza in terra e in ciel la fama; Se come fin che là giù m’ebbe appresso, Mi amò quanto sè stesso, Così lontano e nudo spirto mi ama; S’ancora intende e brama Soddisfare a’ miei prieghi, come suole; Queste fide parole A Filiberta mia scriva e rapporti, E prieghi per mio amor che si conforti.