Italian poem
Canzone
Rapido Po, che con le torbid’onde superbo vai tra l’arenose rive, ove le stanche giá sorelle dive piangendo diventare alberi e fronde; altiero fiume, che da le profonde grotte de l’Alpi, che d’intorno bagna il ligustico mar, tumido sorgi, e mormorando tra i lombardi campi, Trebia e Ticino, con l’antico nome de’ bellicosi vampi, teco al viaggio tuo guidando scorgi; dove fra li altri, come è fra le stelle il sole, con le madide chiome l’onorato mio Mincio t’accompagna fin lá ove al mare il tuo tributo porgi; o re de’ fiumi, in queste piagge sole odi le mie parole.
Tra quelle ombrose querce Melibeo pensoso stava, il suo gregge pascendo, come soleano giá i pastor, sedendo
tra’ bei colli di Menalo e Liceo; e dicea con dolore acerbo e reo: — O Eridano mio, li nostri armenti non han piú, né li tuoi, sicuro un loco; ché giú da li alti monti è giá venuto chi accende fiamme in le tue mandre e fura; e, per gridare aiuto, è de’ nostri pastori ognun giá roco. Deh! se giá sepultura fusti al figliuol del Sole, allor ch’ebbe paura il mondo andarne tutto in fiamme ardenti, smorza con l’acque tue quest’altro foco. O re de’ fiumi, in queste piagge sole odi le mie parole.
Ecco, tra’ nostri pascoli discesi fieri apri, aspri orsi, e per deserte rupi la notte scender ululando lupi, che versan li occhi di spavento accesi; anzi (chi fia che ’l creda?) i’ gli ho giá intesi con voce umana orribile chiamarsi; e menzogna non è ch’in lor sian l’alme de’ ladron che son morti in queste selve; ed odonsi al silenzio de la luna muggiar piú strane belve, che né al fuggir né al star l’animo valme. Quando fia mai, Fortuna, che veggia, allor che ’l sole calando l’aere imbruna, le pecorelle mie la sete trarsi su queste rive, e con l’usate salme tornarsi a casa; e ’n queste piagge sole s’odan le mie parole?
Quando fia mai che ’l bel volto di tauro, o re de’ fiumi, le tue amate ninfe ti spargano di latte e chiare linfe, coronando di fior le corna d’auro; e i tuoi pastor di mirto e verde lauro
adornino le mandre, e alli alti abeti vaghi suspendin le zampogne e li archi, e di teneri agnelli sacrificio ti facciano con priego e voce umíle, ch’all’estivo solsticio nel tuo gonfio ondeggiar li argini varchi, perché all’usato ovile, quando ha men forza il sole, finché ritorni aprile, possano starsi, e poi tornarsen lieti alle campagne aperte e ameni parchi? O re de’ fiumi, in queste piagge sole odi le mie parole. —
Cosí diceva, e tra verdi arbuscelli giacea tra l’erbe la mia Mincia all’ombra, qual chi di dolce sonno l’aura ingombra, col murmurar dei limpidi ruscelli. Sparsi le aveva Zefiro i capelli per quel candido collo e per la fronte; e tremar si vedean suavemente le marmoree mammelle entr’al bel velo, da arder d’amor cor freddi, aspri e selvaggi; quando, svegliata, al cielo volse i begli occhi con splendor sí ardente, che diêr lume i bei raggi u’ non passava il sole, lá ne’ piú folli faggi; e, sospirando, verso l’orizonte mandò pur fuor quella voce dolente: — Ahi! dove sei ascoso, o almo Sole, da queste piagge sole? —
Ahi! dove sei ascoso, o almo Sole, che ’l perso gregge a’ tuoi smarriti rai sen va gridando in tenebrosi guai? Ahi! dove sei ascoso, o almo Sole? E con le chiome sparse oggi si duole la tua Tarpeia, e, avolta in negra gonna, con quegli occhi di foco i sette colli
empie d’orror, e grida ad alta voce: — Perché m’avete abbandonata, o dèi? perché da l’alto atroce mio mal, da l’alte mie ruine e crolli fuggite? Ah! dove sei ascoso, o almo Sole, che veder mi solei regina de le genti, e al mondo donna di quanto vedi, ove piú in ciel t’estolli? Ahi! dove ascoso sei, o almo Sole, da queste piagge sole?
Chi regge, Apollo mio, guarda chi regge le pecorelle tue: un pastor losco, che perse giá nel bel paese tósco il suo negletto e mal guidato gregge! Guarda ch’è persa la tua antica legge, antico Palestin; vedrai te avanti tronche le piante, ove posar solea la bella vigna nostra in pace e in guerra; vedrai la sposa tua che ’n su l’aurora giace deserta in terra, venduto il manto che d’intorno avea, e scalza ad ora ad ora si muore. Ahi! perso Sole, tu perderai ancora e la nave e le reti e pesci quanti hai preso mai nel mar di Galilea. Ahi! dove sei ascoso, perduto Sole, da queste piagge sole?
Con l’arme sole di pastor d’Esperia, se non ti fea ’l tuo sangue il veder scemo, possuto avresti, ingrato Polifemo, cavarla fuor di questa vil miseria. O d’ogni nostro mal forma e materia, quanto da quei che ti lasciâr le chiavi da sí alta quercia tralignar ti mostri! Tu ’l vedi, alma Gonzaga, in Montefeltro. Dimanda or dove è il pan di che nudristi
questo arrabbiato veltro, questa fiera nemea, questi duo mostri. Sol, perché non fuggisti indietro, irato Sole, da’ scelerati e tristi auspici? Ahi mondo, che sanar pensavi con medico sí vile i dolor nostri! Orbo mondo, se falli, il cielo il vole, che gli è oscurato il Sole. —
Oscura è Cintia, alza Atteon in alto le corna, e va trescando la stuprata figliuola di Sion lá ’ve l’armata, con cosí chiaro ed onorato salto, plebe salí sovra l’altre arme in alto. Apri la maestá del sacro volto, Tevere, fuor de’ muscosi antri, ed odi gridando andar tra le sue rive il Reno: — Diva Ippolita mia, che non sei meco? Tu dal mio bel seno sei lunge, e tu, Sardanapalo, il godi. Piangon le rive seco; e tu te ’l vedi, o Sole, e tu ’l sostieni, o cieco, voto d’ogni valor, mondo; sí involto t’ha questa Babilonia in sí bei nodi! Orbo mondo, se falli, il cielo il vole, che gli è oscurato il Sole. —