Versos Italian Ludovico Ariosto Canzone I

Italian poem

Canzone I

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Spirto gentil, che sei nel terzo giro Del ciel fra le beate anime asceso, Scarco del mortal peso, Dove premio si rende a chi con fede Vivendo, fu d’onesto amore acceso; A me, che del tuo ben non già sospiro, Ma di me che ancor spiro, Poich’al dolor che nella mente siede Sopr’ogni altro crudel, non si concede Di metter fine all’angosciosa vita; Gli occhi che già mi fûr benigni tanto, Volgi ora ai miei, che al pianto Apron sì larga e sì continua uscita: Vedi come mutati son da quelli Che ti soléan parer già così belli. L’infinita ineffabile bellezza Che sempre miri in ciel, non ti distorni Che gli occhi a me non torni;

A me, cui già mirando, ti credesti Dì spender ben tutte le notti e i giorni: E se ’l levargli alla superna altezza Ti leva ogni vaghezza Di quanto mai quaggiù più caro avesti, La pietà almen cortese mi ti presti, Che ’n terra unqua non fu da te lontana; Ed ora io n’ho d’aver più chiaro segno, Quando nel divin regno, Dove senza me sei, n’è la fontana. S’amor non può, dunque pietà ti pieghi D’inchinar il bel guardo ai giusti preghi. Io sono, io son ben dessa. Or vedi come M’ha cangiato il dolor fiero ed atroce, Che a fatica la voce Può di me dar la conoscenza vera! Lassa! ch’al tuo partir partì veloce Dalle guance, dagli occhi e dalle chiome, Questa a cui davi nome Tu di beltade, ed io ne andava altera, Chè mel credéa, poichè in tal pregio t’era. Ch’ella da me partisse allora, ed anco Non tornasse mai più, non mi dà noja; Poiché tu, a cui sol gioja Di lei dar intendéa, mi vieni manco. Non voglio, no, s’anch’io non vengo dove Tu sei, che questo od altro ben mi giove. Come possibil è, quando sovviémme Del bel guardo soave ad ora ad ora, Che spento ha sì breve ora, Ond’è quel dolce e lieto riso estinto, Che mille volte non sia morta, o môra? Perchè, pensando all’ostro ed alle gemme Ch’avara tomba tiêmme, Di ch’era il viso angelico distinto, Non scoppia il duro côr dal dolor vinto? Com’è ch’io viva, quando mi rimembra Ch’empio sepolcro e invidïosa polve Contamina e dissolve Le delicate alabastrine membra? Dura condizïon, che morte, e peggio Patir di morte, e insieme viver deggio!

Io sperai ben di questo carcer tetro Che qui mi serra, ignuda anima sciôrme, E correr dietro all’orme Delli tuoi santi piedi, e teco farmi Delle belle una in ciel beate forme; Ch’io crederei, quando ti fossi dietro, E insieme udisse Pietro E di fede e d’amor da te lodarmi, Che le sue porte non potría negarmi. Deh! perchè tanto è questo corpo forte, Che nè la lunga febbre, nè il tormento Che maggior nel cor sento, Potesse trarlo a desïata morte? Sicchè lasciato avessi il mondo teco, Che senza te, ch’eri suo lume, è cieco. La cortesia e ’l valor che stati ascosi, Non so in quali antri e latebrosi lustri, Eran molti anni e lustri, E che poi teco apparvero; e la speme Che ’n più matura etade all’opre illustri Pareggiassero i Publî e Gnei famosi Tuoi fatti glorïosi, Sicch’a sentire avessero l’estreme Genti ch’ancor viva di Marte il seme; Or più non veggio: nè da quella notte Ch’agli occhi mi lasciasti un lume oscuro, Mai più veduti fûro; Chè ritornaro a loro antiche grotte,

E per disdegno congiuraron, quando Del mondo uscîr, tôrne perpetuo bando. Del danno suo Roma infelice accorta, Dice: — Poichè costui, Morte, mi tolli, Non mai più i sette colli Duce vedran che trionfando possa Per sacra via trâr catenati i colli. Dell’altre piaghe ond’io son quasi morta, Forse sarei risorta; Ma questa è in mezzo ’l cor quella percossa Che da me ogni speranza n’ha rimossa. — Turbato corse il Tebro alla marina, E ne diè annunzio ad Ilia sua, che mesta Gridò piangendo: — Or questa Di mia progenie è l’ultima ruina. — Le sante Ninfe e i boscarecci Dei Trassero al grido, e lagrimâr con lei. E si sentîr nelluna e l’altra riva Pianger donne, donzelle e figlie e matri; E da’ purpurei patri Alla più bassa plebe il popol tutto; E dire: — O patria, questo di fra gli altri D’Allia e di Canne ai posteri si scriva. Quei giorni che captiva Restasti e che ’l tuo imperio fu distrutto, Non più di questo son degni di lutto. — Il desiderio, signor mio, e ’l ricordo Che di te in tutti gli animi è rimaso, Non trarrà già all’occaso Sì presto il vïolente fato ingordo; Nè potrà far che mentre voce e lingua Formin parole, il tuo nome s’estingua. Pon questa appresso all’altre pene mie, Che di salir al mio signor, Canzone, Sì ch’oda tua ragione, D’ogni intorno ti son chiuse le vie. Piacesse a’ venti almen di rapportarli Ch’io di lui sempre pensi, o pianga o parli!