Italian poem
Canzone I
Non so s’io potrò ben chiudere in rima Quel che in parole sciolte Fatica avrei di raccontarvi a pieno: Come perdei mia libertà, che prima, Madonna, tante volte Difesi, acciò non n’avesse altri il freno. Tenterò nondimeno Farne il poter, poi che così v’aggrada; Con desir che ne vada La fama, e a molti secoli dimostri Le chiare palme e i gran trionfi vostri. Le sue vittorie ha fatto illustri alcuno, E con gli eterni scritti Ha tratto fuor del tenebroso oblio: Ma li perduti eserciti nessuno, E gli avversi conflitti, Ebbe ancor mai di celebrar disio. Sol celebrar vogl’io Il dì ch’andai prigion ferito a morte; Chè, contra man sì forte, Ben ch’io perdei, pur l’aver preso assalto, Più che mill’altri vincitor mi esalto.
Dico che ’l giorno che di voi m’accesi Non fu il primo che ’l viso Pien di dolcezza ed i real costumi Vostri mirassi, affabili e cortesi; Nè che mi fosse avviso Che meglio unqua mirar non potean lumi: Ma selve e monti e fiumi Sempre dipinsi innanzi al mio disire, Per levargli l’ardire D’entrar in via dove per guida pórse Io vedea la speranza, e star in forse. Quinci lo tenni e mesi ed anni escluso; E dove più sicura Strada pensai, lo vôlsi ad altro corso: Credendo poi che più potesse l’uso Che ’l destin, di lui cura Non ebbi; ed ei, tosto che senza morso Sentissi, ebbe ricorso Dov’era il natural suo primo istinto; Ed io nel laberinto Prima lo vidi, ove ha da far sua vita, Che a pensar tempo avessi a dargli aita. Nè il dì nè l’anno tacerò nè il loco Dove io fui preso, e insieme Dirò gli altri trofei ch’allora aveste, Tal che appo loro il vincer me fu poco. Dico, dà che il suo seme Mandò nel chiuso ventre il Re celeste, Avean le rôte preste Dell’omicida lucido d’Achille Rifatto il giorno mille E cinquecento tredici fiate, Sacro al Battista in mezzo della state. Nella tosca città, che questo giorno Più riverente onora,
La fama avea a spettacoli solenni Fatto raccôr, non che i vicini intorno, Ma li lontani ancora. Ancor io vago di mirar, vi venni. D’altro ch’io vidi, tenni Poco ricordo, e poco me ne cale: Sol mi restò immortale Memoria, ch’io non vidi in tutta quella Bella città, di voi cosa più bella. Voi quivi, dove la paterna chiara Origine traete, Da preghi vinta e liberali inviti Di vostra gente, con onesta e cara Compagnia, a far più liete Le feste e a far più splendidi i conviti, Con li doni infiniti In che ad ogni altra il ciel v’ha posta innanzi, Venuta erâte dianzi, Lasciato avendo lamentar indarno Il re de’ fiumi, ed invidiarvi ad Arno. Porte, finestre, vie, templi, teatri Vidi pieni di donne A giochi, a pompe e a sacrificî intente, E mature ed acerbe e figlie e matri, Ornate in varie gonne, Altre stare a conviti, altre agilmente Danzare; e, finalmente, Non vidi, nè sentíi ch’altri vedesse, Chi di beltà potesse, D’onestà, cortesía, d’alti sembianti Voi pareggiar, non che passarvi innanti. Trovò gran pregio ancor, dopo il bel volto, L’artificio discreto Ch’in aurei nodi il biondo e spesso crine In rara e sottil rete avea raccolto. Soave ombra di drieto Rendea al collo, e dinanzi al bel confine Delle guance divine, E discendea fin all’avorio bianco Del destro omero e manco.
Con queste reti insidïosi Amori Preser quel giorno più di mille côri. Non fu senza sue lodi il puro e schietto Serico abito nero, Che, come il sol luce minor confonde, Fece ivi ogn’altro rimaner negletto. Deh! se lece il pensiero Vostro spiar, deli’implicate fronde Delle due viti, d’onde Il leggiadro vestir tutto era ombroso, Ditemi il senso ascoso. Sì ben con ago dotta man le finse, Che le porpore e l’oro il nero vinse. Senza misterio non fu già trapunto Il drappo nero, come Non senza ancor fu quel gemmato alloro Tra la serena fronte e il calle assunto Che delle ricche chiome In parte ugual va dividendo l’oro. Senza fine io lavoro, Se quanto avrei da dir vô porre in carte; E la centesma parte Mi par ch’io ne potrò dire a fatica, Quando tutta mia età d’altro non dica. Tanto valor, tanta beltà non m’era Peregrina nè nôva; Sì che dal folgorar d’accesi rai, Che facean gli occhi e la virtude altera, Già stato essendo in prova, Ben mi credea d’esser sicuro omai. Quando men mi guardai, Quei pargoletti che nell’auree crespe Chiome attendean, qual vespe A chi le attizza, al côr mi s’avventaro, E nei capelli vostri lo legaro. Vel legaro in sì stretti e duri nodi,
Che più saldi un tenace Canape mai non strinse, nè catene; E chi possa venir che me ne snodi, D’immaginar capace Non son, s’a snodar morte non lo viene. Deh! dite: come avviene Che d’ogni libertà m’avete privo, E menato captivo; Nè più mi dolgo ch’altri si dorria Sciolto da lunga servitute e ria? Mi dolgo ben, che de’ soavi ceppi L’ineffabil dolcezza, E quanto è meglio esser di voi prigione Che d’altri re, non più per tempo seppi. La libertade apprezza Fin che perduta ancor non l’ha il falcone: Preso che sia, depone Del gire errando sì l’antica voglia, Che sempre che si scioglia, Al suo signore a render con veloci Ali s’andrà, dove udirà le voci. La mia donna, Canzon, solo ti legga, Sì ch’altri non ti vegga, E pianamente a lei di’ chi ti manda: E s’ella ti comanda Che ti lasci veder, non star occulta, Se ben molto non sei bella nè culta.