Versos Italian Ludovico Ariosto Frammento I

Italian poem

Frammento I

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1 La gentil donna, che da questa figlia del duca Araon non torce gli occhi punto, di stupor piena e d’alta maraviglia di tal valor a tal beltá congiunto, e che la vede star con meste ciglia piú che se ’l padre avesse ivi defunto, con lei di molte e varie cose parla e studia piú che può di ricrearla. 2 Or le ragiona de la sua regina, le cui bellezze essalta e mette in cielo; or de la patria sua, la cui marina dal verno è stretta in sin al fondo in gelo, e piú di cento miglia ne declina di lá da le fredde Orse il parallelo; e quando lascia il sol del Tauro il corno, v’ha per tre mesi o piú continuo giorno. 3 Or le dice degli eruli ch’uscîro di quel paese ed occuparon quanto di terra abbraccia col suo largo giro il gran Danubio in l’uno e in l’altro canto, a cui li longobardi giá ubidîro cedendo lor de l’arme il pregio e ’l vanto. Or de lo scudo d’òr le fa parole, che seco porta e ciò che far ne vuole.

4 Che non per altro effetto che per darlo al re di Francia, in Francia era mandata, con patto che l’avesse a donar Carlo al miglior cavallier di sua brigata; e poi soggiunse che volea mostrarlo a lei, che ben tal vista avrebbe grata, perch’era lo piú ricco e bel lavoro che mai con smalto alcun facesse in oro. 5 E che da vecchi e savi chierci avea udito dir che la savia Sibilla, ch’abitò a Cume e fu detta cumea, formò lo scudo all’infernal favilla, nel tempo ch’a Silvestro dar volea Costantino a guardar quella gran villa; villa dirò, ch’allor villa divenne la cittá che del mondo il scettro tenne. 6 Dicea la donna: — Quando ebbe disegno Costantin di lasciar Italia e Roma, venir in Grecia e far capo del regno quella cittá ch’ancor da lui si noma, molti lo giudicâr di poco ingegno, e ch’avesse il cervel sopra la chioma; pur, come sempre a’ gran signori accade, gli osavan pochi dir la veritade. 7 E discorrendo alcuni sopra questa biasmata volontá, giudicio fêro che saria la ruina manifesta prima di Roma e poi de l’altro Impero. Tal gita piú d’ogn’altro ebbe molesta chi piú d’ogn’altro ne previde il vero, la Sibilla cumea, la qual ridotta s’era in quei tempi alla nursina grotta.

8 Su gli aspri monti in una selva folta, dai lochi ameni ove abitava prima, si trasse, poi ch’al vero Dio rivolta s’era la gente quasi in ogni clima e che l’oblazion si vide tolta e rimaner inculta e in poca stima; e fuor d’ogni comercio in quella parte è di poi stata sempre a far sua arte. 9 Quivi la fama, a cui nulla s’asconde, penetrando, apportò che Costantino il seggio imperiail volea da l'onde del Tebre trasferir presso all’Eussino. Alla Sibilla fur poco gioconde queste novelle, che ’l fiero destino antivedea ch’a Roma dal partire del stolto imperator dovea seguire. 10 E perché avea per le bell’opre antiche di Cesari e di Scipii e di Marcelli le voglie ancor, come ebbe sempre, amiche all’alto imperio che si accrebber quelli, va discorrendo come rompa o ’ntriche le fila ordite e, in somma, far vedelli disegna le ruine e i gravi danni ch’avea Italia a patir ne’ futuri anni. 11 E via piú che de l’altra Italia tutta la gran cittá, del mondo allor regina, che molte e molte volte a patir brutta e fiera strage avrá foco e ruina; ch’ora sará da vandali distrutta, or da goti, or da gente saracina, or da gli unni e molt’altri populi empi, de’ quali il nome oscuro era in que’ tempi.

12 Il dotto e savio chierco, da chi detta mi fu l’istoria (ché ben n’era instrutto), dicea che la Sibilla, acciò perfetta notizia avesse Costantin del tutto, fece dodici scudi far in fretta, in ciascun de li quali avea ridutto lo spazio di cent’anni: io voglio dire ciò ch’in cent’anni Italia avea a patire. 13 Fra mille e ducent’anni ciò che debbe patir Italia nei dodici scudi dipinse la Sibilla, a cui ne ’ncrebbe, e tutte v’adoprò l’arte e li studi; e poi ch’al bel lavor dato fin ebbe, rimesse i fuochi, i martelli e l’incudi, dove sudâr Vulcani e Piragmoni, Steropi e Bronti e cento altri demòni. 14 Li scudi un giorno, senza comparire il portator, suspesi in Roma al muro di Lateran, quand’alla messa uscire volea l’imperator, veduti fûro; il qual mirolli, e quanto avea a seguire de la partita sua non gli fu oscuro; ché per note minute, oltra il dipinto, di tempo in tempo il tutto era distinto. 15 Le guerre che in Italia dovean farsi, tutte vi si vedean come giá fatte: ombri, piceni, insubri, appuli o marsi, morti e captivi e le cittá disfatte; Roma presa più volte e li templi arsi e l’alte moli, e non mai più rifatte, da gente strane, ch’a quei tempi, come giá detto v’ho, non pur si sapea il nome.

16 Questo mirando Costantin fu alquanto fra voler ire o rimaner suspeso; ma li maligni chierci, che giá quanto era util lor ch’andasse avean compreso (però che quanto egli lasciava tanto da lor sarebbe in pochi giorni preso) creder gli fêr che tutte illusioni erano false ed opre di demòni. 17 Li quali, per turbare il ben, la pace, la maestá e la gloria de l’impero, s’aveano imaginato con mendace spavento di mutarlo di pensiero. Cosí l’imperator da la fallace suasion del tralignato clero, in Grecia transferí il seggio romano, lasciando i scudi al tempio Laterano. 18 Volgendo gli anni poi successe quello che fu pur ver, senza mancarne dramma; che Alarico e poi Totila, flagello detto di Dio, diè Roma a sacco e a fiamma; e i scudi appresso all’altro arnese bello in preda andâr, né se ne salvò lamina, fuor che d’un sol, che non fusse disfatta indi in moneta e in altro uso ritratta. 19 Questo ch’in esser suo primo rimase, forse il più bello, il crudel re de’ goti mandò da Roma alle paterne case, ai liti del mar balteo sií remoti, col qual i gran successi persuase ch’ancor per fama ben non eran noti, che la superba Italia aveva doma e presa ed arsa e saccheggiata Roma.

20 Galeotto lo Brun, ch’era a’ di suoi il maggior cavallier ch’al mondo fusse, che l'isole lontane e li Stenoi col nostro regno al scettro suo ridusse, si fe’ signor di questo scudo, poi ch’un re de’ goti di sua man percusse, percusse e messe a morte, indi portollo seco in Islanda, ove al morir lasciollo. .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    . .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .