Italian poem
Elegia XVII
Rime disposte a lamentarvi sempre, Accompagnate il miserabil côre In altro stil che in amorose tempre:
Ch’or giustamente da mostrar dolore Abbiamo causa, ed è sì grave il danno, Che appena so s’esser potría maggiore. Vedo i miei versi che smarriti stanno Udendo intorno il lamentar comune, Ch’ove lor debbian cominciar non sanno. Vedo l’insegne scolorite e brune, Sospiri e pianti mescolati insieme, Da môver l’alme di pietà digiune. Vedo Ferrara che privata geme Di sua adornezza; e per grand’ira intorno Il fiume Po che mormorando freme: Il qual, presago, il sventurato giorno In cui la somma Volontà dispose Che un’alma santa fésse al ciel ritorno, Per non vedere, ogni suo studio pose D’allontanarsi all’infelice terra; Sì che in più parte le sue sponde róse. Argini e ripe ed ogni opposto atterra: Pur con ingegno dal fuggir si tenne Dall’alveo antico, dove ancor si serra. Che ricordar mi fa di quel che avvenne Dopo la morte del famoso cive, Che armato in Roma, ad occuparla venne. Allora il Tebro superò le rive, Come ha quest’altro al tramontar di questa Stella, che in ciel santificata vive. Folgori e venti allor, pioggia e tempesta Ondaro i campi; ed altri segni ancora Fecer la gente timorosa e mesta; Com’ora è apparso a dimostrar quest’ora Venuta a tramutar la città lieta,
Le feste e i canti, e a lacrimar Lionora. Più segno di dolor che una cometa, Precorse il tristo dì; chè ’l chiaro lume Perdè in gran parte il lucido pianeta. Il sol, per cui convien che ’l ciel ne allume, Vide Ferrara sconsolata e trista, E riconobbe il doloroso fiume; E ancor quest’onde a riguardar s’attrista Sì, ch’ei turbò la luminosa fronte, Mostrando oscura e impallidita vista. Le genti meste al lacrimar sì pronte, Le Eliadi proprio gli parca vedere, In ripa al fiume richiamar Fetonte. Nè gli occhi asciutti potè il ciel tenere Per gran pietade, e dimostrò ben quanto Qua giù si debba ogni mortal dolere. Or si rinforzi ogni angoscioso pianto; Che assai si chiami al paragon del male, Mai non potremo condolerci tanto. Crescano i fiumi al lacrimar mortale, Crollino i boschi al sospirar frequente; E sia il dolor per tutto il mondo eguale. Ma piangi e grida più ch’ogn’altra gente, Tu che abitasti sotto il giusto regno, Rimasta al suo partir trista e dolente. Chè morte orrenda col suo ferro indegno, Se uccise quella, a te fece una piaga, Di che molt’anni resteràtti il segno. Non eri forse del tuo mal presaga: Ma se ben pensi, pur perduta hai quella
Che sì fu in terra di ben farti vaga, Abitatrice in ciel fatta novella, Lassando in terra la sua fragil spoglia, Di sue virtudi e più onorata e bella Sì che di noi, non del suo ben ci doglia; Che ’l spirto in ciel dalle sue membra sciolto Di ritornar qua giù non ha più voglia. Vero è che pur di noi le incresce molto; Chè ancor l’usata sua pietà riserba, Nè morte il popol suo dal côr le ha tolto. Ma nostra doglia mal si disacerba Pensando che sua vita è giunta al fine, Non già matura ancor, ma quasi in erba. Qual man crudel che, fra pungenti spine, Schianta la rosa ancor non ben fiorita, Morte spiccò da quella testa un crine. Quest’ora da Dio in ciel fu stabilita; Chè degno di costei non era il mondo, Anzi là su d’averla seco unita. O di virtude albergo almo e giocondo, Debb’io forse narrar la tua eccellenza, A cui me stesso col pensar confondo? Chè l’infinita e somma Provvidenza Degna ti reputò della sua corte, Più per giustizia assai, che per clemenza: E per tirarti alle sidéree porte (Mandati prima a te li nunzî suoi), Calò dal ciel la tremebonda Morte. Non come è usata di venir fra noi Con quella falce sanguinosa e oscura, Apparve Libitina agli occhi tuoi. Descriver non saprei la sua figura; Ma venne onesta e in sì leggiadro viso, Che nulla avesti al suo venir paura; E, con dolci atti e con piacevol viso, Disse: — Madonna, vien, ch’io son mandata Per tôrti al mondo e darti al paradiso. —
O glorïosa in cielo alma beata, Allora uscendo del corporeo velo Al sommo Redentor ne sei tornata; Volasti, accesa d’amoroso zelo, Lassando i tuoi devoti infermi ed egri, Santa, gioconda e risplendente, al cielo. Beata al novo albergo or ti rallegri: Noi, che dolenti al tuo partir lasciasti, Piangendo andiam vestiti a panni negri. Fra que’ spirti del ciel vergini e casti, Non disdegnare, ben venuta donna, Guardar le genti tue che al mondo amasti. E come in terra a noi fosti madonna, Servendo ancor là su l’usanza antica, Riman del popol tuo ferma colonna, O in cielo e in terra di virtude amica.