Italian poem
Elegia XVI
Lasso, come potrò chiudere in versi L’alta beltade, e quel vago disio, Ove sì ingordi gli occhi e il côre apersi? Che se ben lor valor misuro e ’l mio, Essendo debil questo e quello immenso, Ben debbo esser nel dir lento e restio. Ma se ben ugualmente i’ non dispenso Alla man quei concetti adorni ed alti Che per gli occhi nel cuor mi formo e penso; Pur suolsi dir che ’n gli amorosi assalti, Passione occulta e virtù non intesa Rado avvien che s’alleggi e che si esalti. Però, a rimedio della mente accesa, Ed a gloria di quella alma beltade, La debil penna nella mano ho presa. O singolar virtù, vera onestade, Che mi sospingi là dove, se manca Tuo ajuto, la virtù mia morta cade;
Déttami con qual modo illustra e imbianca All’apparire il tuo beato lume L’occaso, dove ogn’alma imbruna e sbianca: Come il cieco disir mette ale o piume, Perchè continuo i’ stia là dove ardendo Nodrisco gli occhi, ben che ’l côr consume: Come ne’ tuoi per gli occhi miei fuggendo L’alma ardente s’annida, e trova pace Nell’amorosa brama, in te vivendo: Quanto agli ardenti sensi giova e piace Un sì leggiadro nodo, dove avvinto, L’antica libertade al côr dispiace: Qual mi facc’io, quando talor sospinto Dall'amorosa sferza, mostro aperto Nel volto il core dal disir dipinto. Del riso non dirò, perch’io so certo Che a quel, nè al dolce suon delle parole, Non pure uman pensiero agguaglia il merto. Ma chi descriver puote a pieno il sole, E ’l suo tanto splendor, sì che comprenda L’orecchio ciò che l’occhio apprender suole? Non è valore uman che tanto ascenda; E se vi è pur che a tanta altezza arriva, Grazia rado concessa è che ’l commenda. Però ritorna il debil legno a riva: Insana voglia, che ’n tal mar t’esponi, La cui profondità di fine è priva! Assai fia se ’l disio tuo in parte esponi; Che sì altera beltà, par che ad oggetto Agli occhi il ciel, non alla lingua, il doni. Dunque, per te s’intenda che nel petto Pensier non ho che non corra al bel volto: Sì Amor nel dolce nodo il cor m’ha stretto! Che ognor la lingua in quegli accenti ho vôlto, Onde risuona il grazïoso nome, Che a ogn’altro m’ha l’entrata e ’l corso tolto: Che mi son lievi l’amorose some, Gravi ad ogn’altro, pel desir che spera Che alfin tanta durezza i’ vinca e dome: Come sigil non fa sì espressa in cera Imago, come in me speme e timore Forma il bel raggio della luce altera;
E come io son sì ingordo al bel splendore, Che abbandonando tutti gli altri sensi, L’alma negli occhi corsa ardendo môre; E ch’in me vita il cor più non dispensi, Quando, quasi stordito, nel bel seno Con gli occhi corran tutti i spirti intensi. Aimè! dove corr’io sì a lento freno? Fede non troverà tanta mia brama, E so che ’l dirne, a quel ch’io sento, è meno. In tutti gli altri, le voci e la fama Suole aggrandir la verità nel grido, Ma non gli effetti della mente ch’ama. Occhi leggiadri, dunque, dove ha nido La stanca vita, e quella pura fede, Per cui pace trovare ancor mi fido; Date il perdono al stil mio, ch’ei vi chiede, Per tacer vostra altezza, chè tal pondo La mia virtute senza modo eccede. E tu, caldo disir, vago e profondo, Che chiudi fôco e amor tanto fervente, Che, inteso, solo ti farebbe al mondo; Acqueta i pensier tuoi nel fôco ardente, Poi che la man non rende forma uguale A quella che ritrae l’accesa mente. Spera, e vedrai che ’n la piaga d’un strale, Quel che non mostran voci, inchiostri e carte, Mostrerà il tempo; e conosciuto il male, Se non ti sana Amor, gli ha perso l’arte.