Versos Italian Ludovico Ariosto Elegia XII

Italian poem

Elegia XII

by

Listen in the reader

Chi pensa quanto il bel disio d’amore Un spirto pellegrin tenga sublime, Non vorría non averne acceso il côre: Se pensa poi che quel tanto n’opprime, Che l’util proprio e ’l vero ben s’oblia, Piange in van del suo error le cagion prime. Chi gusta quanto dolce il creder sia Solo esser caro a chi sola n’è cara, Regna in un stato a cui null’altro è pria: Se poi non esser sol misero impara, E cerca in van come ingannar sè stesso, Se vita ha poi, l’ha più che morte amara. Chi non sa quanto aggrada esser appresso A’ bei sembianti, al bel parlar soave, Che n’ha sì facilmente il giogo messo;

Se caso poi più del voler forza have, Che ne faccia ir lontan, si riman carco Di peso più che tutti gli altri grave. Chi mira il viso a cui non fu il ciel parco Di grazia alcuna, benedice l’ora Che, per pigliarlo, Amor l’attese al varco: Se come in van risponde al bel di fuora Il mutabil voler di dentro mira, Chi ’l prese biasma e maledice ognora. Chi non resta contento più desira, Quando Madonna con parole e sguardi Dolce favor cortesemente spira? Se avvien che altrove intenda non ti guardi, Qual sólfor arde, qual pece, qual têda, Qual Encelado, sì come tu ardi? Chi conosce piacer che quello ecceda, Ch’ella ti faccia parer falso un vero, Che ti può far morir, quando tu il creda? Se altrui suasïone, o mio pensiero, Mostra poi ch’egli è pur com’io temea, Si può miracol dir s’allor non pêro. Chi può stimare il gaudio che si crea In quei due giorni tre, quai dopo aspetto Un promesso ristor dalla mia dea? Se diverso al sperar segue l’effetto, Nè per lei trovo scusa se non frale, Non so come tal duol capisca il petto. Chi pensa, in somma, che per quante scale S’ascende al ben d’amor, per altrettante Poi si ruina, sa ch’è minor male Smontar, che, per cader, salir più innante.