Versos Italian Ludovico Ariosto Elegia VIII

Italian poem

Elegia VIII

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Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio, Alto o basso fortuna che mi rôte, O siami Amor benigno o m’usi orgoglio. Io son di vera fede immobil cote, Che ’l vento indarno, indarno influsso alterno Del pelago d’Amor sempre percôte. Nè giammai per bonaccia nè per verno, Di là dove il destin mi fermò prima, Luogo mutai nè muterò in eterno. Vedrò prima salir verso la cima Dell’alpi i fiumi, e s’aprirà il diamante Con legno o piombo, e non con altra lima; Che possa il mio destin môver le piante, Se non per gire a voi; che possa ingrato Sdegno d’amor rompermi il côr costante. A voi di me tutto il dominio ho dato: So ben che della mia non fu mai fede Miglior giurata in alcun nôvo stato. E forse avete più ch’altri non crede; Quando nel mondo il più sicuro regno

Di questo, re nè imperator possiede. Quel ch’io v’ho dato, anco difeso tegno: Per questo voi nè d’assoldar persona Nè di riparo avete a far disegno. Nessuno, o che m’assalti, o che mi pona Insidie, mai mi troverà sprovvista; O mai d’avermi vinta avrà corona. Oro non già, che i vili animi acquista, Mi acquisterà; nè scettro, nè grandezza, Ch’al volgo sciocco abbagliar suol la vista; Nè cosa che muova animo a vaghezza, In me potrà mai più far quella pruova Che ci fe il valor vostro e la bellezza. Sì ogni vostra maniera si ritrova Scolpita nel mio cor, ch’indi rimossa Esser non può per altra forma nuova. Di cera essa non è, che se ne possa Formar quand’uno e quand’altro suggello, Nè cede ad ogni minima percossa. Amor lo sa, che all’intagliar di quello Nell’idol vostro, non ne levò scaglia. Se non con cento colpi di martello. D’avorio e marmo e d’altro che s’intaglia Difficilmente, fatta una figura, Arte non è che tramutar più vaglia. Il mio cor dì materia anco più dura, Può temer chi l’uccida o lo disfaccia; Ma non può già temer che sia scultura D’Amor che in altra immagine lo faccia.