Italian poem
Elegia V
Forza è al fin che si scuopra e che si veggia Il gaudio mio, dianzi a gran pena ascoso, Ancor ch’io sappia che tacer si deggia, E quanto a dirlo altrui sia periglioso; Perchè sempre chi ascolta è più proclive Ad invidiar che ad esserne giojoso. Ma, come quando alle calde aure estive Si risolvono i ghiacci e nevi alpine,
Crescon i fiumi al par delle lor rive; Ed alcun, dispregiando ogni confine, Rompe superbo gli argini, ed inonda Le biade, i paschi e le città vicine: Così, quando soverchia e sovrabbonda A quanto cape e può capire il petto, Convien che l’allegrezza si diffonda, E faccia rider gli occhi, e nell’aspetto Gir con baldanza, e d’ogni nebbia mostri L’aër del viso disgravato e netto. Come si fan con lor mordaci rostri Gl’ingrati figli porta per uscire Degli materni viperini chiostri; Di nascer sì gli affretta il fier desire, Che non attendon che la madre grave Possa l’un dopo l’altro partorire: Così li gaudî miei, ch’in le più cave Parti posi di me, per tener chiusi, Negan star più sotto custodia e chiave; Tentano altro cammin, poich’io gli esclusi Da quel che per la bocca, da chi viene Dal petto, par che per più trito s’usi. Di passar quindi omai tolta ogni spene, Se ne vengon per gli occhi e per la fronte, Dove raro non mai guardia si tiene. Guardar si suole strada guado o ponte, Luogo facil a intrar; non dove sia Fiume profondo inaccessibil monte. Poi che vietar non posso lor tal via, Che non faccian peggior effetto almeno, Porrò ogni sforzo ed ogni industria mia. Sáppial chi ’l vuol saper, ch’io son sì pieno, Sì colmo di letizia e di contento, Che non lo cape a una gran parte il seno; Ma la cagion del gran piacer ch’io sento, Non vuol che suoni voce o snodi lingua: E faccia Dio (se mai di ciò mi pento) Che l’una svelta sia, l’altra si estingua.