Italian poem
Elegia VII
O ne’ miei danni più che ’l giorno chiara, Crudel, maligna e scellerata notte, Ch’io sperai dolce, ed or trovo sì amara! Sperai che uscir dalle cimmerie grotte Tenebrosa devessi, e veggio c’hai
Quante lampade ha il ciel teco condotte. Tu che di sì gran luce altera vai, Quando al tuo pastorel nuda scendesti, Luna, io non so s’avevi tanti rai. Rimémbrati il piacer che allora avesti D’abbracciar il tuo amante, ed altro tanto Conosci che mi turbi e mi molesti. Ah non fu però il tuo, non fu già quanto Sarebbe il mio; se non è falso quello Di che il tuo Endimïon si dona vanto: Che non amor, ma la mercè d’un vello Che di candida lana egli t’offerse, Lo fe parer agli occhi tuoi sì bello. Ma se fu amor che il freddo cor ti aperse, E non brutta avarizia, com’è fama, Leva le luci ai miei desiri avverse. Chi ha provato amor, scoprir non brama Suoi dolci furti; chè non d’altra offesa Più che di questa, amante si richiama. Oh che letizia m’è per te contesa! Non è assai che madonna mesi ed anni L’ha fra speme e timor fin qui sospesa? Oh qual di ristorar tutti i miei danni, Oh quanta occasïone ora mi vieti, Che per fuggire ha già spiegato i vanni! Ma scopri pur finestre, usci e pareti; Non avrà forza il tuo bastardo lume, Che possa altrui scoprir nostri secreti. O incivile e barbaro costume! Ire a quest’ora il popolo per via, Che dee ritrarsi alle quïete piume. Questa licenza solo esser dovría Agli amanti concessa, e proibita A qualunque d’Amor servo non sia. O dolce sonno, i miei desiri aita! Questi Lincei, questi Arghi c’ho d’intorno,
A chiuder gli occhi ed a posare invita. Ma prego e parlo a chi non ode; e il giorno S’appressa intanto, e senza frutto, ahi lasso! Or mi levo, or m’accosto, or fuggo, or torno. Tutto nel manto ascoso, a capo basso, Vo per entrar; poi veggio appresso o sento Chi può vedermi, e m’allontano e passo. Che debb’io far? che poss’io far tra cento Occhi, e fra tanti usci e finestre aperte? Oh aspettato in vano almo contento, Oh disegni fallaci, o spemi incerte!