Italian poem
Elegia VI
O più che il giorno a me lucida e chiara, Dolce, gioconda, avventurosa notte, Quanto men ti sperai, tanto più cara! Stelle a’ furti d’amor soccorrer dotte, Che minuiste il lume, ne per vui, Mi fûr l’amiche tenebre interrotte! Sonno propizio, che lasciando dui Vigili amanti soli, così oppresso Avevi ogn’altro, ch’invisibil fui! Benigna porta, che con sì sommesso E con sì basso suon mi fosti aperta, Che appena ti sentì chi t’era appresso! O mente ancor di non sognar incerta, Quando abbracciar dalla mia dea mi vidi, E fu la mia con la sua bocca inserta! O benedetta man ch’indi mi guidi; O cheti passi che mi andaste innanti; O camera che poi così m’affidi! O complessi iterati, che con tanti Nodi cingeste i fianchi, il petto e il collo, Che non ne fan più l’edere o gli acanti! Bocca, onde ambrosia libo, nè satollo Mai ne ritorno! dolce lingua, umore, Per cui l’arso mio cor bagno e rimmollo! Fiato che spiri assai più grato odore Che non porta, dagl’Indi da’ Sabei, Fenice al rogo ove s’incende e môre! O letto testimon de’ piacer miei; Letto cagion che una dolcezza io gusti, Che non invidio il lor néttare ai Dei! O letto donator de’ premî giusti; Letto che spesso in l’amoroso assalto Mosso, distratto ed agitato fusti! Voi tutti ad un ad un, ch’ebbi dell’alto
Piacer ministri, avrò in memoria eterna, E, quanto è il mio poter, sempre vi esalto. Nè più debb’io tacer di te, lucerna, Che con noi vigilando, il ben ch’io sento, Vuoi che con gli occhi ancor tutto discerna. Per te fu duplicato il mio contento: Nè veramente si può dir perfetto Un amoroso gaudio a lume spento. Quanto più giova in sì soave effetto Pascer la vista or degli occhi divini, Or della fronte, or dell’eburneo petto: Mirar le ciglia e gli aurei crespi crini, Mirar le rose in su le labbra sparse, Porvi la bocca, e non temer di spini: Mirar le membra, a cui non può agguagliarse Altro candor, e giudicar mirando Che le grazie del ciel non vi fûr scarse: E quando a un senso soddisfare, e quando All’altro, e sì che ne fruiscan tutti, E pur un sol non ne lasciare in bando! Deh! perchè son d’amor sì rari i frutti? Deh! perchè del gioir sì breve è il tempo? Perchè sì lunghi e senza fine i lutti? Perchè lasciasti, oimè, così per tempo, Invida Aurora, il tuo Titone antico, E del partir m’accelerasti il tempo? Ti potess’io, come ti son nemico, Nuocer così! Se il tuo vecchio ti annoja, Chè non ti cerchi un più giovane amico, E vivi, e lascia altrui viver in gioja?