Versos Italian Ludovico Ariosto Elegia IV

Italian poem

Elegia IV

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Era candido il corvo, e fatto nero Meritamente fu, perchè troppo ebbe Espedita la lingua a dir il vero. Aver taciuto Ascalafo vorrebbe

Il testimon che sullo stigio fiume Alla madre e alla figlia udire increbbe; Chè di funeste e d’infelici piume Si ricoverse, e restò augello osceno, Dannato sempre ad abborrir il lume. Pôr si devrían tutte le lingue a freno, E gli altrui fatti apprender da costoro Di spiar poco, e di parlarne meno. Questi per troppo dir puniti fôro; Nè riguardò chi lor punì, che fosse D’ogni menzogna netto il detto loro. Se degli offesi Dei sì l’ira mosse L’esser del vero garruli e loquaci, Che con eterna infamia ambi percosse; Qual pena, qual obbrobrio a quegli audaci Si converría, ch’altri biasmando vanno Di colpe in che si sanno esser mendaci? O di noi più non curano, o non hanno Qua giù più forza, degli nostri casi Quei che reggono il ciel più poco sanno. Che non vi sieno ancor crederei quasi, Se non ch’io veggio pur per cammin certo L’estate, il verno andar, gli orti e gli occasi. Ma se vi son, com’è da lor sofferto Che lode e oltraggi, e che premi e supplici Non sian secondo il buono e ’l tristo merto? Lor debito saría dalle radici Le malediche lingue sveller tosto, Che di falsi rumor sono inventrici. Qual altro più a martîr debb’esser posto, Di quel che a donna abbia con falsi gridi Biasmo di ch’essa sia innocente, imposto? Peggio è che furti, e peggio è che omicidi, Macchiar l’onor, che di ricchezza e vita Sempre stimar più tra li saggi vidi. Se per sentirsi monda, esser ardita Femmina deve a far prova che in libro, Meglio che in marmo, abbia a restar scolpita; Nè a Tuzia che portò l’acqua nel cribro, Nè cedo a quella Claudia che ’l naviglio

Della madre de’ Dei trasse pel Tibro. Al ferro, al fòco, al tôsco, a ogni periglio Chieggio d’espormi, per mostrar che a torto Ho da portar per questo basso il ciglio. Se non indegnamente in viso porto Così importuna macchia, che potermi Con poca acqua lavar pur mi conforto; Cresca sì che mi cuopra, e poi si fermi, Nè mai più mi si levi, e tutto il mondo In ignominia sempre abbia a vedermi; E séguiti il martir non pur secondo Che fôra degno il fallo, ma il più grave Ch’abbia l’inferno al tenebroso fondo. Ma se si mente chi incolpata m’have; Com’è sincero il cor, così di fuore Ogni bruttezza presto mi si lave: E tutto quel martir che a tanto errore Si converría, veggia cader su l’empio Che della falsa accusa è stato autore; Sì che ne pigli ogni bugiardo esempio.