Versos Italian Ludovico Ariosto Elegia III

Italian poem

Elegia III

by

Listen in the reader

Meritamente ora punir mi veggio Del grave error che a dipartirmi feci Della mia donna, e degno son di peggio. Ben poco saggio fui, ch’all’altrui preci, Cui doveva e potei chiuder gli orecchi, Più ch’al mio desir proprio soddisfeci. S’esser può mai che contra lei più pecchi, Tal pena sopra me subito cada, Che nel mio esempio ogni amator si specchi. Deh! chi spero io che per sì iniqua strada, Sì rabbiosa procella d’acqua e venti, Possa esser degno che a trovar si vada?

Arroge il pensar poi da chi m’assenti, Che travaglio non è, non è periglio, Che più mi stanchi o che più mi spaventi. Péntomi, e col pentir mi meraviglio Com’io potessi uscir sì di me stesso, Ch’io m’appigliassi a questo mal consiglio. Tornar addietro omai non m’è concesso, Nè mirar se mi giova o se m’offende: Lecito fôra più quel c’ho promesso. Mentre ch’io parlo, il torbid’austro prende Maggior possanza, e cresce il verno, e sciolto Da’ rovinosi balzi il licor scende: Di sotto il fango, e quinci e quindi il folto Bosco mi tarda; e in tanto l’aspra pioggia, Acuta più che stral, mi fêre il volto. So che qui appresso non è casa loggia Che mi ricopra, e pria che a tetto giunga, Per lungo tratto il monte or scende or poggia. Nè più affrettar, perch’io lo sferzi o punga, Posso il caval, chè lo sgomenta l’ira Del cielo, e stanca la via alpestre e lunga. Tutta quest’acqua e ciò che intorno spira, Venga in me sol, chè non può premer tanto Ch’agguagli il duol che dentro mi martira. Chè se a Madonna io m’appressassi quanto Me ne dilungo, e fosse speme al fine Del mio cammin poi respirarle a canto; E le man bianche più che fresche brine Baciarle, e insieme questi avidi lumi Pascer delle bellezze alme e divine; Poco il mal tempo, e monti e sassi e fiumi, Mi darían noja, e mi parrebbon piani, E più che prati molli, erte e cacumi. Ma quando avvien che sì me ne allontani, Le amene Tempe e del re Alcinoo gli orti Che pôn, se non parermi orridi e strani? Gli altri in le lor fatiche hanno conforti Di riposarsi dopo, e questa speme Li fa a patir le avversità più forti.

Non più tranquille già nè più serene Ore attender poss’io; ma al fin di queste Pene e travagli, altri travagli e pene. Altre pioggie al coperto, altre tempeste Di sospiri e di lagrime mi aspetto, Che mi sien più continue e più moleste. Duro sarammi più che sasso il letto, E il cor tornar per tutta questa via Mille volte ogni dì sarà costretto: Languendo il resto della vita mia, Si struggerà di stimolosi affanni, Percosso ognor da penitenza ria. I mesi, l’ore e i giorni a parer anni Cominceranno, e diverrà sì tardo, Che parrà il tempo aver tarpato i vanni; Che già, godendo del soave sguardo, Dell’invitta beltà, dell’immortale Valor, del bel sembiante, onde tutt’ardo, Vedea fuggir più che da corda strale.