Italian poem
Elegia II
Poich’io non posso con mia man toccarte, Nè dirti a bocca il dolor che mi accôra, Tel voglio noto far con penna e carte. Doglioso e mesto, pien d’affanni ogn’ora, Meno mia vita afflitta e sconsolata Dal dì che, mal per me, tu andasti fuora. Chiamo la morte, e lei non viene, ingrata! A finir il dolor ch’io porto e sento Per non poter saper la tua tornata. Tu festeggi in piacere, ed io tormento, Privo di te, che notte e dì ti chiamo: Però di ritornar non esser lento. Tu m’hai pur preso come pesce all’amo, Misero me! ch’io son condotto a tanto, Ch’altro che te non voglio, apprezzo e bramo. Tu vivi lieto, ed in me abbonda il pianto:
Tu altri godi, ed io te sol aspetto: Di bianco vesti, ed io di negro ho il manto. Leva tal passïon del miser petto: Non aspettar sentir mia crudel morte; Chè crudeltade il ciel tiene in dispetto. Qualunque batte a la mìa casa o porta, Súbito corro e dico: — Forse è il messo Che del mio fino amor nuova mi porta. — La notte, in sogno, teco parlo spesso: Questo è quel che mi consuma il côre; Quando mi sveglio non ti trovo appresso. Io piango i giorni, i mesi, i punti e l’ore Che ti partisti, e non dicesti — Vale. — Misero, oimè, per te vivo in dolore! Amor crudel con suo pungente strale M’ha fatto sì, che sole, ombra non veggio, Rimedio alcun non trovo al mio gran male: E tu, crudel, sarai cagion ch’io ’l veggio.