Italian poem
Elegia II
Della mia negra penna in fregio d’oro Molti mi sono a dimandar molesti L’occulto senso, ed io no ’l vô dir loro. Vô che sempre nel cor chiuso mi resti; Nè, per pregar o stimolar d’altrui, Giammai mi potrò indur ch’io ’l manifesti. Dio, come in gli altri magisteri sui, Providenza ebbe assai, quando il côr pose Nella più ascosa parte ch’era in nui; Ch’ivi i pensieri e le segrete cose Volse riporre, e chiudervi la via A queste avide menti e curïose. Fregiata d’ôr la negra penna mia Ho in cento luoghi nel vestir trapunta, Acciò palese a tutti gli occhi sia: Ma vô tacer a qual effetto assunta L’ho di portar, e non vô dir se mostra L’anima lieta o di dolor compunta. Se vo’ direte ostinazion la nostra, Io dirò che immodesti ed importuni Voi sete, e gran discortesía è la vostra. Non so s’avete udito dir d’alcuni, Che d’aver desiato di sapere Gli altrui segreti esser vorrían digiuni. L’uccel c’ha bigio il petto e l’ale nere, Fu prima donna, e diventò cornice Per esser troppo vaga di sapere. Ciò ch’altri asconder vuol, spiar non lice,
E vi dovrebbe raffrenar quello anco Che di Tiresia e d’Atteon si dice: De’ quali un fe restar di luce manco Pallade ultrice, e l’altro fe Diana Sfamar i cani suoi del proprio fianco. Se d’esser sopraggiunte alla fontana Nudo il bel corpo, così increbbe ad esse, Che vendetta ne fêro acerba e strana; Non fôra oltre ragion che mi dolesse Che voi molto più addentro che alle gonne Veder cercate come il cor mi stesse. Non son già del valor di quelle donne, Nè sì crudel ch’a voi facessi il danno Ch’elle fêro a Tiresia e ad Atteonne: Dicovi ben, che ’l dritto lor non fanno Quei che lo studio e tutto il pensier loro Sol per volere interpretar posto hanno Questa mia negra penna in fregio d’oro.