Versos Italian Ludovico Ariosto Elegia IX

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Elegia IX

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Ben è dura e crudel, se non si piega Donna a prometter quanto un suo fedele, Che lungamente l’ha servita, prega: Ma se promette largamente, e che le Promesse poi si scordi o non attenga, Molto è più dura e molto più crudele; Nè fermo un sì nè fermo un no mai tenga, Pur come ogni parola che l’uom dice, All’orecchie de’ Dei sempre non venga. E non sa ancor di quanto mal radice Questo le sia, se ben non va col fallo La pena allor allor vendicatrice; Ma lo segue ella con poco intervallo, Ed ogni côr che qui par sì coperto, Trasparente è là su più che cristallo. Promesso in dubbio non mi fu, ma certo: Diceste darmi quel che, oltre l’avermi Promesso voi, mi si devea per merto. Se promettendo aveste pensier fermi D’attender, indi li mutaste, io voglio Ed ho perpetuamente da dolermi. Del mio giudicio rio prima mi doglio, C’ho le speranze mie sparse nell’onde, Credendomi fondarle in stabil scoglio. Dógliomi ancor, che questo error ridonde In troppa infamia a voi, perchè vi mostra Volubil più che al vento arida fronde. Ma se diversa era la mente vostra Dalle promesse, ed altro era in la bocca, Altro del cor nella secreta chiostra; Questo fu inganno, e più dirò che tocca Di tradimento: ma di par la fede E per questo e per quel morta trabocca. A queste colpe ogni altra colpa cede:

Più si perdona all’omicidio e al furto, Che al pergiurarsi e all’ingannar chi crede. Nè mi duol sì che ’l vostro attener curto M’abbia sommerso al fondo del martire, Al fondo onde non son mai più risurto; Come che per vergogna nè arrossire, Nè segno alcuno della fede rotta Di pentimento in voi veggio apparire. La fede mai non debbe esser corrotta, O data a un sol o data ancor a cento, Data in palese data in una grotta. Per la vil plebe è fatto il giuramento; Ma tra gli spirti più elevati sono Le semplici promesse un sagramento. Voi, donne incaute, alle quali era buono Esser belle nel cor come nel volto, L’un di natura, e l’altro proprio dono; Troppa baldanza e troppo arbitrio tolto V’avete, e di poter tutte le cose Forse vi par, perchè potete molto. Se dalle guance poi cadon le rose, Fuggon le grazie, e si riman la fronte Crespa e le luci oscure e lagrimose; Se l’auree chiome e con tal studio conte Mutan color, se si fan brevi e rare; De’ vostri danni è vostra colpa fonte. Della vostra beltà che così spare, Forse natura prodiga non fôra, Se voi di vostra fè foste più avare. Madonna, in nessun luogo, a nessuna ora D’ordire inganni altrui mai s’ebbe loda, Sia a chi si vuol, nè agli nemici ancora. Chi sarà mai che con più biasmo s’oda Notar, di quel ch’agli congiunti suoi, O di sangue o d’amor, cerchi usar froda? Tanto più a chi si fida. Or chi di noi Eran più d’amor giunti? e chi fidarsi Puote mai più, ch’io mi facea di voi?

S’al merito e al demerito aspettarsi L’uom deve il premio ed il supplicio uguale, Nè al punir nè al premiar son gli Dei scarsi, Come temo io che ve ne venga male, Se ’l pentir prima e il soddisfar non giugne A cassar questo error più che mortale! S’a voi per mia cagione o macchiar l’ugne O vedessi un crin mosso, oimè che doglia! Solo il pensarvi me da me disgiugne. Voi di periglio e me di pena toglia Un pentir presto, un soddisfarmi intero; Che fia il debito vostro: quel ch’io voglia, Che a saper abbia altri che voi, non chero.