Italian poem
I. - Descrive il vivo stupore e dolore...
tirsi
Mopso non longi mi dovria seguire; ch’ambi a condurre andiam pecore e boi che Titiro a Fereo solea notrire. tirsi
melibeo
Contempla le fatezze e la statura di Iola, ed indi Emofil ti racorda, e cosí il ramo all’arbor rafigura. Pon’mente come l’un con l’altro accorda l’invida mente e l’ostinata rabbia, d’oro, di sangue e d’adultéri ingorda. tirsi
Dirai ch’egli d’Eraclide non fusse, se ne la ripa di Sebeto amena la castissima Argonia gliel produsse? melibeo
a cui di sua ricchezza non increbbe, e con publica invidia odi parlarne, ma ’l fine ara ch’a sua vita si debbe. Spero veder la sua putida carne pascer i lupi, e l’importuni augelli gracchiarli intorno, e scherno e stracio farne. tirsi
Hai sentito ch’alcun mai gli dimande cosa che iusta sia, che da sé vuoto o poco satisfatto lo rimande? tirsi
tirsi
tirsi
Davano a lei quella inclita onestade che giunta con beltá par che si stime al nostro tempo ritrovarsi in rade. Locava, fra le gloriose e prime virtuti d’ella, il grande animo, sopra il femenil contegno alto e sublime. Onde esce quella degna ed util opra, la qual non pur nei boni irraggia e splende, ma ne li iniqui par che ’l vizio copra; parlo de la virtú che dona e spende, in che fulge ella sì che d’ogn’intorno i raggi vibra e i prossimi n’accende. Tant’altre laude sue dette mi fôrno, che pria che ad una ad una fuor sian spinte, temo che tutto non ci basti un giorno. melibeo