Italian poem
XXI. - Lontano dall'oggetto del suo...
Poich’io non posso con mia man toccarte, né dirti a bocca il duol che ogtnor mi accora, tel voglio noto far con penna e carte. Doglioso e mesto, pien d’affanni ognora, meno mia vita afflitta e sconsolata, dal dì che mal per me tu andasti fuora; chiamo la morte, e lei non vien, ingrata, a finire il dolor ch’io porto e sento per non poter saper la tua tornata. Tu festeggi in piacere, ed io tormento, privo di te, che notte e dì ti chiamo, però di ritornar non esser lento. Tu m’hai pur preso come pesce all’amo, misero me! ch’io son condotto a tanto ch’altro che te non voglio, apprezzo e bramo. Tu vivi lieto ed in me abbonda il pianto; tu altri godi ed io te sol aspetto; di bianco vesti, ed io di negro ho il manto. Leva tal passion del miser petto; non aspettar sentir mia, crudel, morta; ché crudeltá il ciel tien in dispetto. Qualunque batte alla mia casa o porta, subito corro e dico: — Fors’è il messo che del mio fino amor nova mi porta. — La notte insonio e teco parlo spesso; questo è ben quel che mi consuma il cuore; quando mi sveglio non ti trovo appresso. Piango li giorni, i mesi, i punti e l’ore che ti partisti, e non dicesti: — Vale; misero, oimè! per te vivo in dolore. —
Amor crudel con suo pongente strale m’ha fatto sí che sole, ombra non veggio, rimedio alcun non trovo al mio gran male; e tu, crudel, serai cagion di peggio.
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