Versos Italian Luigi Mercantini Una madre veneziana al campo di San Martino

Italian poem

Una madre veneziana al campo di San Martino

by (1821–1872)

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«Or che la tenda vostra è in sul confino, Perchè, o figliuoli, niun di voi mi scrive? Palestro alla Venezia è men vicino, Pur mi fu detto — Attilio, Emilio vive — Dio! chi sa quante madri a San Martino Fatte avrà il piombo dei lor figli prive! Chi sa ch’una di quelle io pur non sia!...» Così dicea la povera Maria.

Aspettò un giorno, aspetò un altro ancora, Nè mai le venne lettera o imbasciata: Alfin d’un bel mattin alla prim’ora Si mise in via la donna sconsolata, E camminò più dì senza dimora In forma di mendica abbandonata: Ai dodici di luglio innanzi sera Passò Maria del Mincio la riviera.

«Chi sei, povera donna, e qua che vuoi? — Son Veneziana, e cerco i figli miei. — Che nome hanno e che schiera i figli tuoi? — Attilio, Emilio han nome, e son nel sei. — Mi duole, o donna, ma non son con noi. — Quanto ancor, per trovarli, andar dovrei? — Vedi: là quell’altura è San Martino, Ei son là dietro;» — e le insegnò il cammino.

Tremò sentendo a nominar quel colle, E — Sono vivi?— dimandar volea; Ma la voce di subito mancolle, E a stento su per l’erta il piè movea. Col gombito al fucile e il ciglio molle La scolta a riguardarla si volgea: La poveretta come più saliva Più si sentia tremare, e impallidiva.

E quando fa arrivata a quell’altura, Si chinò per guardar l’altro pendìo, E tutto le sembrò una sepoltura; Le sembrò udir gridare: — O madre, addio! — E vista ad una fossa una figura, Le braccia aperse e disse: — O figlio mio! — Ma giunta ove suonato avea la voce Vide segnato — Attilio — ad una croce.

Si fece bianca e le si chiuser gli occhi, Ma non potè mandar grido o lamento; Piegò davanti alla croce i ginocchi, E così stava senza movimento: Di San Martino i flebili rintocchi Salutarono il dì ch’era omai spento; Ella a quel suono in un gran pianto uscìo, E giù cadde chiamando: — «Attilio mio.

«Attilio mio, partendo mi dicesti: Ti porterò un bel fior di Lombardia!... E tu, mio primo fior, tu qui cadesti, Nè più verrai dov’io ti partoria. Venezia sarà tutta in gaie vesti, E il bruno avrà la povera Maria; Ma io porrò su quel bruno il tricolore, Vi porrò il nome tuo, mio santo amore.

«Il nome ch’io ti posi hai ben portato, Ch’io per la patria ti nomava Attilio: Ma, dimmi, il tuo fratel dov’è restato? S’ei fosse morto, saria teco Emilio: Oh almen dentro a Venezia entrar soldato Vedessi lui sul ponte o col navilio! Bella Venezia come non fu mai Sarà quel dì... ma tu non la vedrai... —

— Bella nè tu nè io la rivedremo, Che già Venezia nostra è sentenziata: La Regina del mar ritorna al remo, E per maggior dolor sola è lasciata: Povera madre! in sul confino estremo Per riveder noi due sei qui volata. Morto di ferro sta qui sotto Attilio; Io di dolore morirò in esilio.» —

Così piangendo della madre in seno Emilio si gittò tutto improvviso; Ella in vederlo fu per venir meno, Ma al duro annunzio colorossi in viso: Gli occhi d’ira mandarono un baleno, E in quei del figlio li teneva fiso; Presa la destra gli gridò: «Qui giura Che terrai l’arme fin che il cor ti dura.

«Giurami qui del tuo fratel sull’ossa Che te giammai non vincerà il dolore; Farà l’Italia nuovo sangue rossa E sarò lieta s’anch’Emilio muore; Ma nel veneto suol sia la tua fossa: Così due terre unito avrà il mio cuore. Senza figli restiam, venete madri, Ma non resti Venezia in man dei ladri.»