Italian poem
Fra l'atra notte e 'l luminoso giorno
by Marcello Giovanetti (1598–1631)
Fra l’atra notte e ’l luminoso giorno egualmente diviso era l’impero, e spandea tanto l’ombra il manto nero quanto splendea di raggi il sole intorno; onde, se l’alba ai soliti lavori destava l’uom su l’aure matutine, il dolce sonno, con egual confine, sopiva i sensi e raddolciva i cori; con grati nodi agli olmi lor mariti dolcemente stendean le braccia amiche e discoprian per le colline apriche lieti tesor le pampinose viti; quando s’udio sul nubiloso velo, presagio d’oscurissima tempesta, mormorando con voce orrida infesta, tuono bombar fra mille lampi in cielo; s’udîro urtarsi in fera giostra i venti, spinti da profondissime caverne; fûr visti a gara poi da le superne magioni in giú precipitar torrenti. Mai non s’udí del ciel per le campagne, cotanto imperversando, austro nimboso scuotere il dorso a l’Apennin selvoso, fracassar nubi e tempestar montagne. Ma crescendo maggior l’impeto a l’onde, e qual rauco fragor d’acque sonanti, parea che l’etra a tanti flutti e tanti picciole avesse e troppo anguste sponde. Da disusata vïolenza spinto, correva il flutto ad inondar la valle; era lago la piazza e fiume il calle e la cittade ondoso labirinto. Il troppo fosco orror rendea cotanto confuso il ciel, che per tre spazi integri il Sol rotar non volle i lampi allegri, né la notte spiegar gemmato il manto. Da cento e cento lubrichi vassalli ebbe tributo volontario il Tronto, che, fatto ingiusto rege, audace e pronto corse a tiranneggiar l’amiche valli. Se pria devoto a la cittá di Pico il piè baciò de le famose mura, ora senza ritegno ei s’assicura moverle aspra tenzon, fero nemico; e disdegnando omai degli alti ponti, novello Arasse, l’odïosa soma, scuote con atto altier l’umida chioma e guerra indice con spumosi monti. E qual vittorïoso capitano per batter mura di superba ròcca opra ferrate travi e sempre scocca piú forti colpi con robusta mano, cotal ruina orribile minaccia, ed avventando ai ponti elci ed abeti, fa tremar, fa crollar l’alte pareti il fiume altier con spaventosa faccia. Ma raddoppiando le divelte piante ognora formidabili percosse, forza è che ’l ponte al fine a tante scosse cada e l’inghiotta pur l’onda tonante; l’onda, ch’omai la chioma piú frondosa copre de’ pioppi, e, dove fece il nido semplicetto augellin, del fiume infido allora ivi natò plebe squammosa; l’onda che sozza, fra gli acuti dumi e fra le tane di spinosi sterpi, suffoca ancor le velenose serpi strette ed avvolte in lubrichi volumi; l’onda che seco raggirando balza rotte schegge, alti scogli, alpestre rupi, e ne’ vortici suoi rapidi e cupi ora assorbe gran tronchi, ora gl’inalza. Stillava pria con limpidi zampilli entro nera spelunca a goccia a goccia l’onda gelata da scabrosa roccia, secreta stanza di Piloro e Filli; ed ora in questa, fatta orrida grotta, formando tal rumor ch’il mondo assorda, diluvia l’acqua impetuosa e lorda, e un fiume intero v’entra e vi s’ingrotta. Scopre l’intima selce e ’l tufo scabro, impoverito omai di poca terra, il colle, e ’l monte e se medesmo atterra, fatto del danno suo mal cauto fabro; poscia che, riversando a nembo a nembo prodigamente Giuno le procelle, egli lieto le accoglie e ’nsieme a quelle offre ampiamente l’arido suo grembo. Per intenso dolor con occhi asciutti il povero cultor vide che ’l crudo fiume rapigli, di pietate ignudo, del dolce Bacco i sospirati frutti. Le guance lacerò, squarciossi i crini il timido pastor, che ’l caro armento vide preda de l’onde, e ’n fero accento piú volte bestemmiò gli empi destini. Ove trasse talor notte serena il villanel, sott’umile capanna, co ’l suol di lievi ariste e ’l ciel di canna, è fatto lido d’infeconda arena. Udii talor sopra frondoso legno balenando cadere a me vicino folgore orrendo, e nel percosso pino restar del suo fragor perpetuo il segno; tonar superba mole al Tebro in riva udii talor d’orribile rimbombo, ed alternando ancorché lieto il bombo, il mio volto per téma impallidiva; e quand’anco da l’antro austro sen fugge e ’l sonoro ocean mesce e conturba, celasi per terror l’ondosa turba, ove men rauco il mar mormora e mugge. Ma son sembianze omai troppo ineguali folgore, irato mar, fulmin terreno, a l’impeto del Tronto irato e pieno, che s’erge su, dove fu ’l varco a l’ali. Impetuosamente orride belve vedresti per le liquide pianure seco trar l’onda, e fra quell’onde oscure rotar case e natar l’intere selve. Mal cauto peregrin, che vide l’onda scorrer sí gonfia per gli aperti campi, esser pensò lá dove il sole i lampi vibra accesi e l’Egitto il Nil feconda. Le driadi, le napee e l’altre ninfe, ch’abitan l’onde ed oprano le frecce o veston le selvatiche cortecce, tutte stupîr de le cangiate linfe. Stupir che ’l Tronto, ch’aggirar solea lubrico il piè per limpida pendice, e che scopriva altrui ciò che felice nel piú secreto fondo ei nascondea, e che piú volte a lor fido consiglio somministrò co’ liquidi zaffiri, e come s’orni il crin, l’occhio si giri, e come rida, in su la rosa, il giglio; ora, fatto d’orror scena funèbre e bara de’ cadaveri insepolti di pallor sparsi, in negro fango involti, fa stillar di pietá mille palpèbre. Fu chi pensò che ’l secolo di Pirra giá ritornasse al mondo; ond’altri il voto preparava a Nettuno, altri devoto offriva al divo Giove incenso e mirra. Oh quante volte il tridentato dio rivolto ad Ino, ad Anfitrite, a Glauco: — Chi è — disse — costui sí altero e rauco, ch’esser mostra ribelle al regno mio? Mirate lá come per larga foce sgorgando in mar, qual tortuosa biscia, serba fra l’onde mie ben lunga striscia, e non l’arresta lo mio guardo atroce. — Allora anch’egli i suoi spumosi regni scosse col gran tridente, e ’n un s’udîro tonando i flutti in un profondo giro ravvoltati assorbir volanti legni. Cosí cavallo indomito, che ’l morso rallentato si senta, urta e si scuote, pesta il suol, sfida l’aure e ’n varie ruote girando squassa orribilmente il dorso. Ma, poi che in volto formidabil scerse il mar d’Adria turbato in carro assiso, a le guerre del ciel, de l’onda fiso e muto spettator, gli occhi converse. Cosí dicea con piú sonori carmi, posta da canto l’umile sua cetra, Aldin, che di dolcezza i marmi spetra, Aldin, che canterá guerrieri ed armi.