Versos Italian Marcello Giovanetti Colà dove con flebile singulto

Italian poem

Colà dove con flebile singulto

by (1598–1631)

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Colá dove con flebile singulto il precipizio suo piange Aniene, mentre con procelloso aspro tumulto giú da’ monti latini a cader viene, che poi, placido fatto, or muove occulto fra cavi sassi e sotterranee vene, or con la lingua tremola de l’onde lambendo va le tiburtine sponde; s’apre vago giardin, di cui natura, di cui l’arte la palma aver presume, che poi (sia loro o negligenza o cura) di cangiar le vicende han per costume. Or dentro a queste villarecce mura, libero volse imprigionarsi il fiume, e sembra sol che di formar s’appaghi loquaci fonti e taciturni laghi. Qui le ninfe de’ liquidi cristalli con le ninfe de’ monti in schiera accolte, fabbricando tra lor trecce di balli, ora in gruppi annodate ora disciolte, scherzando gían per quegli ondosi calli con auree chiome in su le fronti avvolte, e di mirto e d’allòr frondosi rami eran del biondo crin verdi legami. Giunse fra loro altera donna armata in sembiante magnanimo e augusto; ferreo arnese copria la fronte aurata, grave d’asta la man, d’usbergo il busto. Forse in aspetto tale figurata Pallade fu nel secolo vetusto, e dagli anni e da l’arme ancor non doma nel suo volto esprimea l’antica Roma. Per ascoltar costei le gelid’urne lasciâr de’ fonti lor Tetide e Flora; dagli antri oscuri alzâr le membra eburne la dea casta e la dea che n’innamora; cessâr da l’opre solite dïurne gli augelli e l’aure mormoranti allora, e per non fare a lei garrule offese il corso per udir l’onda sospese. — O de l’altro Alessandro emolo altero — disse — e de l’attio sangue inclito pegno, splendor de l’ostro, cardine di Piero, aquila lucidissima d’ingegno, di magnanimitá ritratto vero, de la nuda virtú ricco sostegno, de l’antico valor novella prole e del ciel de la gloria unico sole; lascia oggimai, ti prego, i sette colli che di Roma novella ornano il seno, che sol di fasto allettatrici e folli aure nutre nel torbido sereno, ha mentiti i costumi, i vezzi ha molli, nel facondo suo dir mesce il veleno, e allora indice altrui guerra verace quando par che piú spiri aura di pace. Lascia pur Roma, e vieni omai qui dove fresco è il rio, dolce è l’aura e lieto è il cielo; nembo di perle qui l’aurora piove qualor diffonde il maturino gielo; la libertá, ch’invan si brama altrove, qui sol lieta fiorisce in ogni stelo; e van per l'amenissime pendici l’aure, de l’alme ognor tranquillatrici. Qui senza velo agli occhi altrui dispiega nuda semplicitá le sue ricchezze; qui riposa il Riposo e qui non nega di compartir altrui pure dolcezze; qui con laccio di gioia i sensi lega l’ombra fra le real salvatichezze; né può quinci lontano esser diviso s’è ver ch’abbia la terra il paradiso. Vieni, e de’ grandi Augusti il mio desio di nuovo in te vagheggi i gesti e l’opre; vieni, ch’ogn’uom costí fallace e rio sotto contrario vel l’alma ricopre; qui schietto il fonte e trasparente il rio sin da l’intimo fondo il cor ti scopre; e, di te imitatrice, in grembo ai fiori versa prodiga vena i suoi tesori. Se le romane mura e gli archi e i tempi ti spiace forse di lasciarti a tergo, qui, dagli Estensi tuoi sottratta agli empi, mirerai d’altra Roma il prisco albergo; ch’io qui ricovro e de’ passati scempi fra i diluvi de l’acque il duol sommergo, e trovo sol per questi chiostri ombrosi nel secolo del ferro aurei riposi. Qui, qui, scorno del tempo, onta de l’armi, ogni abbattuta mole anco torreggia; qui co’ teatri e con le statue parmi traspiantata veder l’antica reggia; distillan acque gli obelischi e i marmi e quasi la cittá fra l’acque ondeggia; vieni, e se ’l Tebro hai di veder desio ho fra queste mie sponde il Tebro anch’io. Qui potrá sollevar da gravi cure l’alma tua degnamente ozio non vile: vedrai Pandora acque salubri e pure dal suo vaso stillar, fuor del suo stile; e Bacco, invece pur d’uve mature, ampie tazze colmar d’onda simile; e, lasciato Elicona il bel Pegaso, d’acque aprir con la zampa argenteo vaso. Vedrai per te formar con saggi errori i fonti, al ciel balzando, umidi giochi; di finti augelli inanimati cori sciorranno a te canti non finti o rochi; vedrai lieta spelonca in cui gli Amori, poste in disparte le saette e i fochi, al cenno di colei che dal mar nacque, i petti altrui san fulminar con l’acque. Fastose ch’a tal gloria il ciel sortille, se son di fasto qui l’onde capaci, con riverenti, ossequïose stille stamperan su ’l tuo piè gelidi baci: le fontane piú lucide e tranquille faransi al volto tuo specchi vivaci, e ’l dio de l’onde anch’ei sará tenuto darti in coppa d’argento il suo tributo. Vieni, Alessandro, e mirerai disciorsi in lagrime di gioia i vivi fonti; a le tue piante i lor marmorei dorsi supporran volentier portici e ponti; e i simolacri e le colline forsi per adorarti piegheran le fronti: certo, per pregio suo fia che s’inchine la palma e ’l lauro a coronarti il crine. Ma se a l’altro Alessandro intero un mondo era spazio incapace, angolo breve, il tuo valor, che non ha mèta o fondo, termine angusto imprigionar non deve. Sollo, gran prence, e pur non mi confondo, ma d’adempir miei voti anco fia lieve, ché ben che sia maggior de l’ampia terra, pure in brieve epiciclo il Sol si serra. — Accompagnò quest’ultime parole con lieti applausi ogn’aura, ogni spelonca, e dispiegar da le canore gole i selvaggi cantor voce non tronca; ogn’onda mormorò piú che non suole armonïosa entro la propria conca, ed agli organi diè, con modo ignoto, a tempo il canto ed a misura il moto. Fûr veduti a la fin da cento bocche cento fiumi versar gonfi serpenti, e con tal precipizio avvien che fiocche il bel diluvio di que’ molli argenti, che sembra udir da le superbe ròcche il sonoro ulular de’ bronzi ardenti. Ai lieti augúri, al plauso de le linfe Eco rispose e risero le ninfe. Pastor del Tronto a vagheggiar sedea gli orti famosi, a cui null’altro agguaglia, di cui forse men bello esser dovea o ’l giardino di Pesto o di Tessaglia. Or mentre ei d’alta gioia il cor ricrea, le sparse voci in verde pianta intaglia; poi, con note che ruvide compose, al gran prencipe estense il tutto espose.