Italian poem
Jo
Così dunque da un cieco estro sospinta Di terra in terra io sempre Misera andrò? Nè tregua avrà la torbida Smania che sì m’ha vinta Poi che la sciagurata anima seppe, Che all’amor tuo son nata, o dio crudele? Di perpetue querele Valli e monti empirò, campagne e steppe, Senza che mai si mutino Del mio destin le tempre? E tu, cui serve ognuno In terra e in ciel, mai valido A domar non sarai l’ire di Giuno? Oh seduttrici visioni, ond’io Speme orgogliosa accolsi Di sovrumana sposalizia! Oh delfica Voce che al padre mio Intimasti cacciar me derelitta Dai caro nido ove ammirata io crebbi! Oh bieco amore, ond’ebbi L’anima verginal prima trafitta, Sì che d’ogn’altro immemore Al mio lare mi tolsi, E concitata, insana Corsi di Lerna a’ floridi Poggi baccando e alla Cencrea fontana! Ahi, tal mercede il cor semplice attende Che in te si piace e tempio Vivo si fa, benché mortai, dell’ardua Beltà che in ciel risplende? Pur tu benigno il vasto orbe consòli Di luminoso amor; placida un’onda Dell’esser tuo feconda Quanto vegeti o strisci o guizzi o voli: Sol dunque in noi mortifera Fiamma diviene e scempio La concepita Idea? Sol d’affannosa insania Ostia tu fai chi più di te si bea? Dacché fui tua, nume crudele, e ossessa Dal concetto divino L’anima crebbe a dismisura, erompermi Sentii fuor di me stessa E dilatarmi nell’immenso cielo; Tremâr le membra all’impeto ineguale, E l’eterno e il mortale Si confuser così nel petto anelo, Che se alla mente insolita E al disugual destino Mutai del par l’aspetto, Ben è ragion che agli uomini Sia d’oltraggiosa meraviglia oggetto. Come placido lago, in cui la cima Del sovrapposto monte Improvvisa ruini, al ciel con impeto Le invase acque sublima. Che ricadendo poi sperdonsi a’ venti; Così l’animo mio, prima sì cheto, A volo inconsueto Balzò commosso a’ tuoi divini accenti, E tutto il ciel comprendere Parve; se non che pronte Corser le Furie, e tutta Mandâr ghignando all’aure L’immensa mia felicità distrutta. Stolta forse son io? Stolta? Non mente Dunque la turba accorta, Che l’amorosa tua promessa e il fremito Dell’esser mio, furente Delirio estima, e compatendo insulta? Pur io sentii la voce tua; rapita Fuor dell’inconscia vita Te mirai sì, che ancor l’anima esulta; Pur dentro alle mie viscere Non la certezza è morta, Che mai, com’or, nel vero Non fui, che mai nell’essere Non s’incarnò sì vivo il mio pensiero. Sì, tu verrai, tu sarai mio; nè invano Dalla tesprozia querce Parlasti a me. Non avrei certo incolume Valicato l’insano Grembo di Rea; non le Forcidi orrende Schivato avrei nè le Gorgòni e i muti Grifi e quei che seduti Stan sul fiume che a Pluto aureo discende. Nè i sotterranei Càlibi, Che la funesta merce Tempran con arte fiera, Se sul mio capo vigile La tua custodia e l’amor tuo non era. Del Caucaso la cima, ardua del cielo Colonna, ansando ascesi: Sorgea la sera da le valli, e un cerulo Vapore, un grigio velo Su’ verdi campi e le perpetue nevi Diffondea pensierosa a poco a poco: Sol di vermiglio foco Ne la crescente oscurità vedevi Le immani alpi risplendere Come delubri accesi, Poi lente ad una ad una Vanir nell’ombra e. accendersi Di nuovo a un tratto e fiammeggiar ciascuna Non là forse eri tu? Susurri strani Pe ’l mistero infinito Sorgean su dalle cose, e i fiori e l’anime Sospiravan: Domani! parola di vita, a me soltanto Non mentirai! Col sacro auspicio in petto Il meotico stretto Varco pedestre, Asia trascorro, il tanto Bramato suol canopio Già premo; al vacuo lito Prostrata ecco protendo Le braccia, e muta in lagrime La pace almen, se non le nozze, attendo.