Italian poem
Pel tremuoto in Lucania
by Nicola Sole (1833–1901)
PEL TREMUOTO IN LUCANIA salmo
Signore! I tuoi clementi occhi dechina Su le ripe Lucane, ove la vita Fra il terror si dibatte e la ruina!
Scapigliata una gente e sbigottita, Ignuda fugge il tuo divin furore E per gl’infermi campi erra smarrita!
Un degli angioli tuoi manda, o Signore, Che mova incontro ai trepidi fuggenti, E temperi pietoso il tuo rigore!
Giù nei tonanti oceani latenti De l’universo foco omai ritorni Questo indomato scotitor di genti!
Assai mirò di sconsolati giorni La mia terra natìa, quando il ridesto Vulture scosse i vaporanti corni:
E un improvviso tremito rubesto Melfi sovverse e i prossimi casali, Cui fean polvere e sassi un vel funesto!
Assai ti piacque disfrenar di strali Su quelle rupi! Assai corse di pianto Ai curvi d’Eraclea seni vocali!
Ecco pe’ monti di Lucania, o Santo, Quanto novo dolor, quanto spavento, Quanta strage diffusa in ogni canto!
Ier su quei monti, che pareano argento Radiante, cadea limpido il sole, E l’aria era tranquilla e basso il vento:
E una luce di rose e di viole Soavemente iva a ferir lontana Borghi, rupi, foreste, archi e chiesuole;
E muta per la varia erta montana Salìa la sera, e la pace notturna Su la industre scendea gente Lucana.
Ahi! la nova reddìa luce diurna, E una grama schiarò gente tapina, Che fuggìasi tremante e taciturna!
Signore! i tuoi clementi occhi dechina Su le rupi Lucane, ov’oggi impronti Sì grande orma di lutto e di ruina!
Un profondo sospir misero i monti, Mentre sparso di stelle il ciel ridea, E cupamente ribollir le fonti:
E un subitano mugghio indi correa Di foresta in foresta, e torba l’onda Spaventata fuggìa per la vallea!
Le montagne balzâr su la profonda Base commote, ed al tremor mugghiante Da tre mari ondeggiò l’Itala sponda!
E che terror!... che morti in quell’istante!... Tu solo, onniveggente occhio di Dio, Sovra tanti morenti eri vegliante!
Oh almen tu gli abbi miserante e pio Ricevuti, o Signor, nel tuo perdono Color, cui quella notte ultima uscìo!
De le muraglie rovinanti al tuono Subitamente ei si trovar tremanti De l’eterna giustizia innanzi al Trono!
Non riguardare, o Dio, se deliranti, Se impreparati li trovò la morte, Se impreparati ei ti salir d’innanti!
Non i supremi indugi ebbero in sorte, Gli sfortunati! e non questa divina Luce che i moribondi aman sì forte!
Signore! I tuoi clementi occhi dechina Su le rupi Lucane, ove un deserto Popol t’invoca ne la sua ruina!
Di polvere e di pianto eccol coperto Guatar da lunge i ruderi fuggiti, O tornarvi tremante a passo incerto!
Sforza i cuori inclementi, e movi i miti, Sì che ai grami superstiti non manchi Lo tetto e ’l pan, che a Te chieggon smarriti!
L’altrui pietade ne la tua s’infranchi, E più splendida voli e generosa In soccorso di lor miseri e stanchi!
E ormai rapidamente e senza posa Per l’elettriche fila ella balena Calda nunzia di aita ed operosa!
De lo stesso elemento, onde sì piena Sciagura uscìa, questa Pietà si vale E i lamenti raccoglie e li rimena!
Deh! sia l’aita a la miseria eguale! Deh! se muto è l’amor, muovane almeno La compresenza del terribil male!
Trema a tutti peranche il cor nel seno: Però che ancora di frequenti crolli Dal Tronto al Lilibeo balza il terreno!
E qui, per questi profumati colli Vanno insonni le notti, e ognun rigira Gli occhi al Vesevo spaventati e molli!
Al Vesevo che vampe anco respira Più largamente, e i perduranti accusa Del sotterraneo foco impeti e l’ira!
Che val, Signor, che tutta erri confusa Per la città la gente e si addolori, Se al grido altrui, quanto al soccorso, è chiusa!
Che val che di pietà fremano i cuori, Se la man de’ frementi ancor non piove Sui rovesciati alberghi i suoi tesori!
Il soprastante orror sì poco move Il nostro cor, che la pietà vicina Parne di cosa che si pianga altrove!
Signore! I tuoi clementi occhi dechina Su le montagne mie! Converti gli occhi Su quei mucchi di estinti e di ruina!
Tu, Celeste Bambin, che, se li tocchi, Fumano i monti, e tremano prostrati Quasi mansi arïeti ai tuoi ginocchi!...
Tu volgi a le mie valli i tuoi rinati Sguardi! chè in esse la zampogna è muta, Che i tuoi santi lenìa sonni beati!
La verginella che venìa vestuta De’ suoi veli festivi al tuo fenile, Fra le orrende macerie andò perduta!
Nel suo limpido sonno e giovanile La tua notte d’amor forse sognava Quando morte le franse il cor gentile!
A quanti il tuo Natal, Gran Dio, raggiava Nel divoto pensier, che no ’l vedranno Doman! chè morte (e qual morte!) li grava!
Che pietà desolata e quanto affanno Su le capanne incomberà domani! Quanto silenzio al tuo Natal quest’anno!
Signore! I tuoi potenti occhi sovrani Su le mie valli fulminate inchina, E più lucenti i delubri Lucani
Risorgeran da la fatal ruina!
A’ 22 dicembre 1857.