Italian poem
La storia di una perla
by Nicola Sole (1833–1901)
Chiedevi, Emilia, onde vien mai che tanti Son poeti ed artisti in ogni età, E sol pochi fra lor s’alzan giganti, E il resto al mare de l’oblio sen va?
Onde vien mai che d’una lunga schiera Aspirante a la gloria e a l’avvenir, Un solo approda a l’anelata sfera, E van gli altri fra l’ombre a impallidir?
Amabile fanciulla! Al tuo disio Una perla risponda oggi per me: È nota storia in Oriente: ed io, Poi che tu m’odi, vo ridirla a te.
Fra miriadi di gocciole cadenti Da le azzurre de l’Alba urne sul mar, Più lenta una venia, che le frementi Acque de l’Ocean parea sdegnar.
Era limpida e mesta al par di quella, Che trema ne’ languenti occhi d’Amor: E, su l’aure indugiando, in sua favella Misterïosa apria nobil dolor.
— «Perchè, se nacqui su le nubi, e vissi In campi di amaranto e di zaffir, Perchè dovrei fra quei profondi abissi Agitarmi un istante e disparir?
lo de la notte scintillai sul manto, De’ sogni alati io mi cullai sul vol. L’allodoletta mi svegliò col canto, M’invocò da le valli il rossignuol.
Io, figlia de le stelle, peregrina Gemma dell’ora che precorre al dì, Sento in me la nativa aura divina, E che morirmi non dovrei così!
Oh, chi mi torna in alto! Oh, chi raccoglie Quest’esule celeste in suo cammin! Chi mi recinge di più ricche spoglie, Ch’io mi sento miglior del mio destin!
Non mi si lasci disparir con tante Infelici sorelle in grembo al mar!... Io di perenne gioventù raggiante Sul capo d’un monarca amo posar!» —
Fra la dolente ambizïosa e il mare Passava un Genio innamorato allor, Che seguendo su l’acque iva le care Pudiche Fantasie del primo albor.
Di fianco fra gli obliqui archi de l’ale Venìa radendo l’etere sottil, E d’un braccio nel vol si fea guanciale Con fantastico vezzo ed infantil.
Eran le chiome refluenti e bionde, L’ale di rosa, e d’alabastro il sen; Ed il suo vol si riflettea de l’onde Nel ceruleo purissimo seren.
Come il vide la gocciola dolente, Novo di speme vagheggiò pensier, E sul capo di lui soavemente, Soavemente si lasciò cader.
E, fattosi caston de la più bella Ciocca che fosse in que’ capelli d’or, Reiterò più forte in sua favella Quegli accenti di speme e di dolor.
Ne sorrise l’alato, e la diffusa Chioma su le vaganti aure agitò: La goccioletta, dai capelli esclusa, Sulla punta d’un’ala indi passò.
E li più mesta, e nel dolor più bella, La sua fugace rimpiangea beltà; E sì pianse, e sì disse in sua favella, Che il Genio alfine ebbe di lei pietà.
— «No, povera gentil, tu non andrai Negli abissi del mare a disparir! Se in fondo a quei turchini antri cadrai, Tu glorïosa ne dovrai redir!
«Confida e scendi!» — E confidò la figlia De la rugiada, e non morì nel mar; Chè nel sen la raccolse una conchiglia Surta le mattutine aure a spirar.
In quell’ospite guscio ella raccolta, Illesa per le glauche onde calò, Ove per sempre ita saria sepolta, Se non era il divin che la francò.
Quanti dì fra gli spechi oceanini, Quante notti rimase ad aspettar! Sul capo si sentia foche e delfini, E cupamente l’Ocean tuonar.
Nè disperò, ma confidente e lieta Fantasticava del promesso onor: Ed interfusa di virtù segreta Di sè medesma si sentia maggior.
Da l’onde alfine la conchiglia emerse Ad aspirar le prime aure d’un dì; Fra le spume del lido indi si aperse, Ed una perla dal suo grembo uscì.
La goccioletta era conversa in perla! Sì potente d’un Genio è la pietà! Che miracol di luce era a vederla! Di che ridea celestïal beltà!
Tai nitidi baleni ella mettea Pel crepuscol soave antelucan, Che una stella caduta esser parea Sul deserto confin dell’Ocean.
Un giovinetto schiavo, che rediva Da remoti paesi al suo signor, La mirò scintillante in sulla riva, E tremò di contento e di stupor.
Se la celò gelosamente in petto; L’avria recata al suo signor giurò. Corse valli e montagne il giovinetto, E mai dal correr suo, mai non cessò!...
Travalicò fuggendo erte e burroni, Trovò boschi e deserti, e li varcò: Incontrò sulla via pardi e leoni, E mai dal correr suo, mai non cessò!
Così, molle, anelante e senza lena Al serraglio salia del suo signor: Ma sui tappeti si fu curvo appena, Che da l’affanno se gli ruppe il cor.
De’ profumati Arèmi anche le schiave Le sciogliean fra le danze inno augural; Dicean con nova melodia soave De la perla il candore ed il natal;
Mentr’ella assisa del Sultan sul crine Per l’Oriente diffondea chiaror; E le oscure sorelle e peregrine Pietosamente rimpiangea talor.
Oh quante, oh quante ne perir fra l’acque, Oh quante ancora ne dovran perir, Perchè nel Genio, che di lei si piacque, Nïun conforto di pietà sortir!...
Ed ella ardita goccioletta errante, Perchè nel Genio ritrovò pietà, Salse l’altero imperial turbante, Ove per sempre scintillar dovrà!
Settembre 1855.