Italian poem
La tomba del poeta ai mani di Giulio Genoino
by Nicola Sole (1833–1901)
LA TOMBA DEL POETA ai mani DI GIULIO GENOINO
Tu pur da la poetica Corona, che circonda Fra i pioppi di Posilipo A la Sirena il crin, Tu pur, cedendo agli ultimi Verni, cadesti, o fronda; Nè più sussurri ai placidi Venti del mar vicin!
Oh quanti cor ti piansero, Modesto Anacreonte, Quando improvviso un tumulo Schiuso per te si udì! La vereconda vergine Muta piegò la fronte, E sul notturno cembalo La bianca man languì!
Più non udran le fulgide Sale festanti a sera De’ versi tuoi l’ingenua Pudica ilarità: Nè per color che anelano A nobile carriera Ammonimenti e plausi La tua parola avrà!—
Ei di Talia le amabili Rose nudò di spine, E le profferse innocue A l’innocente età, Che lunge dai delirii De le convulse Nine Va lieta di spettacoli, Onde a temer non ha.
Ei del Sebezio popolo Raggentilia la gaia Lingua sonante e fervida Di eterna gioventù. La sollevò dal trivio Ai portici di Chiaia; Nè le turbò le grazie De la natia virtù.
Così più tersa e nitida Senza mutar natura Dal pugno de l’artefice Viene la gemma al sol: L’onda, che pria fu torbida, Così lucente e pura Per salïenti alveoli Rora di perle il suol.
Ei de la plebe assiduo Indagator prudente, Le più vezzose imagini Com’ape ne involò: La carezzò, festevole, La consolò, dolente, Rispose a le sue lagrime, Le gioie sue cantò.
Le rose de’ Camaldoli, Gli aranci di Sorrento, Gl’incendi del Vesuvio, Di Mergellina i fior’, Olezzano, sfavillano Nel popolar concento Che in onda limpidissima Gli prorompea dal cor.
Gaie fanciulle ed agili Danzanti in bianca vesta, Tripudianti musiche In campereccio ostel, Cene su l’onde, fervidi Carri volanti a festa, Lieti viaggi ad eremi Sotto lontano ciel,
E quanti sogni nuotano Pel mare de l’amore, Sdegni, repulse, e tenere Paci, e repulse ancor, E in quante forme proteo Suol trasmutarsi il core, E i cantici del giubilo, E i treni del dolor,
Tutto ei vestì d’armonica Luce su l’arpa umile, Onde sì dolci a Napoli Solean gli accordi uscir. Fe’ l’epigramma ingenuo, Fe’ l’ironia gentile, Seppe garrir senz’odio, Senza velen ferir.
Ne’ più leggiadri circoli Il bene apparso egli era: De la natia Campania il genïal decor. Avea per tutti un cambio Di cortesia sincera, Per ogni lutto un gemito, Per ogni festa un fior.
Così fra i colli e l’aure, Ch’ei consolò di canto, Sovra un guancial di mammole La fronte abbandonò, E nel devoto ossequio De l’universo pianto Quel cor gentile e candido Di palpitar cessò!
La gioventù Sebezia Tolse del lutto i veli; D’alto lamento il tempio Pontanïan sonò. Piangea così Trinacria Tutta quel dì che Meli Su la siringa sicula La fronte in Dio piegò.
O Genoino! Ai posteri Un monumento attesti, Che non invan fra gli uomini I canti tuoi passâr! Che generoso il debito Di tue virtù solvesti, Ed eri dal tuo secolo Rimeritato al par!
In riva al mar, fra salici E flessuosi acanti, Sorga un marmoreo tumolo, Amabil veglio, a te! Segga sull’urna l’Angelo Consacrator de’ canti, E un’ispirata vergine Se gli prosterni al piè.
La Poesia del popolo, Effigïata in questa, Si veli il fianco e gli omeri Di tunica gentil; Fra spensierata e supplice Sia sorridente e mesta, Come la pioggia e l’iride D’un vespero d’april.
In quante forme splendida La poesia prorompa, Ne la patrizia clamide, Nel saio popolar, È menzognera musica, È frodolenta pompa, Se va superba e indocile Lunge dal patrio altar!
Aprile 1856.