Versos Italian Nicola Sole Le due madri

Italian poem

Le due madri

by (1833–1901)

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LE DUE MADRI idillio

Per le cime de’ sorbi, ove fremea L’aura odorata, in porpora lucente Il mite sole autunnal correa.

E il romore salia de la crescente Sera pe’ campi, e di lontan venìa Il rimbombo de’ carri e del torrente.

Chiusa da collinelle era la via, Se non che a manca infra due verdi olivi Un lembo di marina onda apparia.

E una giovine madre, a cui gli estivi Meriggi bruno avean lasciato il volto, Scendea pensosa dai dorati clivi.

Fra le sue braccia un bambinel raccolto Tempestando garria la sorellina, Che lunge procedea quinci non molto.

Lenta lenta sen gìa questa biondina Con un cavretto in braccio, onde il candore Vinta fors’anche avria la neve alpina.

E il bambinello era, a mirarlo, un fiore, E la puttina, chi le desse l’ale, La rivedrebbe un angiolel d’amore.

Con sulle trecce un fagottin rurale Soverchiato di pampini e di quanti Doni ai colli Pomona è liberale,

La giovin donna iva pur sempre innanti Diritta sì, che la parea colonna Con capitello di convolti acanti.

E su le peste de la giovin donna Una capra seguia, spesso celata, Come il vento movea, dietro a la gonna;

E tratto tratto con voce affannata Al suo lattante rispondea, che pure Geme a la mamma, e si rivolge, e guata.

Quante carezze industrïose e pure In quei cinque viventi! Oh quanto affetto In quel gruppo di belle creature!

E quante dolci previdenze in petto De le due madri! una selvaggia, ed una Di favella dotata e d’intelletto!

Parea come signor d’ogni fortuna L’amor materno ragguagliar godesse De l’ovile gli affetti e de la cuna.

Però che in quanti aspetti ardan riflesse Le maraviglie de l’amor materno, Sola una fiamma riscintilla in esse!

Tu del tuo santo foco, Artista Eterno, Accendi il cor de l’umile cavretta, E de la donna che ne tien governo!

E la luce moria di vetta in vetta, Ed al materno sen la capricciosa Creaturina si tenea più stretta,

A cui più viva risalia la rosa Sul rotondo visin, come più viva De la sera il feria l’aura odorosa.

E a la sorella, che pur sempre giva, Chiedea con cenni leggiadretti e feri Desse il capretto, e raccorselo ambiva.

«— Stammi, picciol superbo! E come speri Recartel su le braccia il poverino, Se ne le mie recarti oggi è mestieri?

Verrà pure il tuo giorno, e pel cammino Il tuo fardello fra le braccia avrai!— » Sì rispondea la madre al fantolino.

Ed a la bimba «— Or quando il renderai A l’amorosa che gemendo il chiede Codesto bianco, onde affannando vai?

Guarda, carina, e non ti manchi il piede, Nè riversa trabocchi in su la strada, Chè ti pareggia il peso, anzi ti eccede!— »

Ma pur segue la vispa, e non le bada, E come altera del fraterno pianto, Studia il passo infantil per la contrada.

E «-Mamma, il posso!-» va dicendo, e intanto Del cavretto reclina in su la neve La boccuccia di perle e d’amaranto.

«— 0 mamma, il posso il poveretto! E leve, Guarda, m’è sì, che il recherei com’ora Fin oltre il gelso de la nostra pieve!

E m’ama tanto il meschinello, e ognora A la mia fetta bruca, e le manine Mi lecca, e i baci mi ricambia ancora!

M’hanno invidia i fanciulli e le piccine Quando al roseo chiaror del dì novello Teco innanzi mel guido a le colline!

E ch’io dunque mel rechi il meschinello, E la non son poi bimba, e già sèm presso Al casolare, e il campanile è quello! — »

Se non che punta ne l’istante istesso D’una spina, ristette, e mise un grido, E giù venne il suo bianco; ella con esso!

Ma la notte copria più sempre il lido, E le due madri per amor simìle S’eran raccolte in un diverso nido.

Ruminando in un angol del fenile L’una mansa nudriva il suo lattante, Riconsolandol di tepor gentile:

L’altra, seduta al focolar davante, Ai suoi nati apprendea quelle parole, Che su bocca infantil sonan più sante:

E del Dio che creò la luna e il sole, La state e il verno, la campagna e il mare Dicea contenta a la raccolta prole:

E dicea come a Lui salgan più care Le preghiere de’ bimbi, e come Ei soglia Di calde lane l’agnellin velare;

Come sola d’un albero la foglia Ne la valle non cada o nel vigneto, Ch’Ei nol sappia da l’alto, e ch’Ei nol voglia;

E come sui fanciulli Egli più lieto Volga un guardo d’amor, quando son buoni, E come ai rusignuoli orni il felceto;

E come a tutti Ei basti, e de’ suoi doni Empia la terra Ei che di tutti è padre, E i cavretti sorregge entro i burroni.

Le sue manine allor spante e leggiadre Protendendo la bimba «— anche il mio bianco, Gridò, sorregge anche il mio bianco, o madre?-»

«— Sì, pur che tu nol tocchi, allor ch’è stanco!— » Costei rispose, e cheta ella rimase: Ed il fuoco venuto era già manco,

Ed alta era la luna in su le case.